Pope Francis

«Non sono comunista, l’amore per i poveri è il cuore del Vangelo». Le parole di Papa Francesco, una volta tanto, non sono state fraintese o modificate. La brevità del virgolettato, tuttavia, non trasmette – né potrebbe – l’integrità di un messaggio che va ben oltre quanto riportato sui titoli di agenzie e siti web. Incontrando cinque giovani belgi il Santo Padre, lo scorso 31 marzo, ha infatti detto molto altro: «In questo momento della storia l’uomo è stato buttato via dal centro, è scivolato verso la periferia e al centro, almeno in questo momento, c’è il potere, c’è il denaro. In questo mondo i giovani sono cacciati via. Sono cacciati via i bambini – non vogliamo bambini, solo famiglie piccole – e sono cacciati via gli anziani: tanti di loro muoiono per una eutanasia nascosta perché non si ha cura di loro».

Una frecciata contro il dio denaro (cosa diversa, com’è evidente, dal denaro stesso), il rifiuto di avere figli – «non vogliamo bambini, solo famiglie piccole» – e di accudire anziani («sono cacciati via»); in una parola la “cultura dello scarto”, che secondo Papa Francesco si manifesta nel fatto che «quello che non serve a questa globalizzazione si scarta, gli anziani, bambini e giovani». Ora, alla luce di queste parole è chiaro come sia quanto meno riduttivo intendere la povertà verso cui il Vangelo si rivolge come quella materiale. Altrimenti, in un Occidente che nonostante la crisi rimane molto più florido di altre realtà del mondo, il Vangelo sarebbe tutto sommato superfluo. Cosa che ogni evidenza il Papa non crede. Così come non crede – né lo ha mai detto – che la povertà materiale sia automaticamente un merito e la ricchezza automaticamente una colpa.

D’altra parte, sostenere una tesi simile, prima che questo o quel pontefice, significherebbe sconfessare Gesù stesso, che non fu mai ossessionato dalla povertà materiale, anzi: quando fu spogliato delle vesti, venne tolta la tunica inconsutile, abito di tutto rispetto, che alcuni definiscono come simbolico e quindi non da intendersi come reale, anche se il fatto che la sua tunica fosse comunque un indumento ben fatto – annotano perfino Destro e Pesce, studiosi critici ben più di altri rispetto al Gesù storico – «significa che non voleva ostentare indigenza o trascuratezza»; senza dimenticare che Gesù, una volta morto, venne avvolto – per chi la reputa autentica – nella Sindone, un lenzuolo comprato da Giuseppe di Arimatea, un ricco membro del Sinedrio). La storia del Gesù povero in canna e protagonista di vita poverissima, dunque, non regge.

Di conseguenza, per comprendere appieno a quale povertà faccia riferimento Papa Francesco – e quindi a quale povertà intenda porre rimedio il Vangelo -, occorre non solo evitare di pensare attraverso categorie sociali ma anche, se possibile, non ragionare come se il problema fosse sempre quello altrui. Come se avere di che saziarsi, sotto molto punti di vista, equivalesse ad essere davvero ricchi. Come se non fosse povero, anzi poverissimo chi credere di possedere tutto ma non ha la fede; chi s’illude di essere padrone della propria vita per il solo fatto che, per fortuna o per pigrizia, ancora non si è misurato in prima persona col timore di un fallimento, l’enigma della sofferenza o la paura della morte.

Ma arriva sempre un momento in cui tutti, nella vita, devono riconoscersi ingannati dalla “cultura dello scarto”, quindi poveri e vinti, se non inutili; non si tratta, per ribattere ad una facile obiezione, di augurare il peggio o di essere pessimisti, ma solo di considerare la vita onestamente, nella sua dimensione reale e non ideale, concreta e non viziata da suggestioni televisive o cinematografiche. Arriva dunque un momento in cui tutti noi – si diceva – saremo costretti a riconoscere che molta ricchezza che ci circonda in realtà non esiste, mentre esiste parecchia povertà nei nostri cuori prima che nelle nostre case, nel nostro spirito prima che nel nostro patrimonio.

Ecco, in quel momento capiremo che molto, se non tutto, quello che abbiamo scartato aveva valore. E siccome è purtroppo frequente, fra gli stessi cristiani, la tendenza a dare per scontata la bellezza Cristianesimo, non saranno solo scettici o persone lontane dalla fede a doversi mettere in cammino verso Gesù, bensì moltissimi, anzi tutti. Perché c’è sempre Qualcosa, in fondo, di cui siamo intimamente poveri, e la Gioia per la risurrezione di Qualcuno che ha vinto realmente la morte è una Luce che i nostri piccoli occhi faticano a vedere, tanto è abbagliante; una ricchezza di cui fatichiamo ad appropriarci, tanto minuscoli ed increduli siamo davanti ad essa. Il Vangelo per i poveri, insomma, è il Vangelo per tutti.

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