palladio

Divenire celebri nel mondo pur essendo a lungo stati sconosciuti, essere popolarissimi senza arricchirsi molto, lasciare una grande eredità all’umanità e relativamente poco alla propria famiglia. Sono solo alcuni degli straordinari paradossi che contrassegnano la storia di Andrea di Pietro della Gondola (1508 –1580), più noto come Andrea Palladio, l’architetto dallo stile inconfondibile divenuto non a caso il più imitato al mondo ma della cui vita si sa e, soprattutto, a lungo si è saputo poco o nulla, come attesta per esempio il fatto che la l’enciclopedia on line più consultata dedica alla sua biografia meno di 600 parole [1]. Sappiamo che Socrate nacque ad Atene [2], che Gesù nacque «a Betlemme di Giudea» [3], però per moltissimo tempo – incredibilmente – non abbiamo saputo dove fosse nato Palladio, oppure credevamo solo di saperlo. Sbagliando.

Infatti fino al secolo scorso per molti che il Palladio fosse nato«in Vicenza nell’anno 1508» [4] era cosa certa, neppure da discutere. Eppure, anche se Vicenza è effettivamente la «città ricamata da Andrea Palladio» [5], oggi sappiamo con certezza che il Nostro nacque altrove, precisamente a Padova [6]. Ma chi volesse saperne di più a proposito dell’uomo senza la cui opera molti simboli odierni – basti pensare alla stessa Casa Bianca – non sarebbero come sono, c’è un libro, peraltro breve e ricco di particolari interessanti, che consiglio vivamente di leggere, intitolato Palladio privato e scritto dal professor Guido Beltramini, direttore del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza. [7]. Poche ma dense pagine dalle quali emerge un’operazione storicamente complessa, paragonabile a quella – ammette lo stesso Autore – di chi intende «ricostruire un puzzle con i pezzi arenati sulla spiaggia dopo un naufragio» [8].

Nato in una Padova sconvolta da una delle più sanguinose guerre che la Serenissima ebbe ad affrontare, Andrea, figlio di tal «Petrus dictus a Gondola» – detto della Gondola -, un piccolo imprenditore di molini, e di tale «donna Marta, che per segno era zota» – così almeno riporta una nota datata 24 maggio 1563 del giudice dell’Ufficio del Porco, a Padova, e ritrovata nel 1948 – fece il proprio esordio giovanissimo nella bottega del lapicida Bartolomeo Cavazza, con ogni probabilità grazie ad una indicazione ricevuta dallo scultore Vincenzo Grandi.

Lì rimarrà due anni per poi trasferirsi a Vicenza nella bottega di due marmorari di qualche merito: Girolamo Pittoni e Giovanni da Porlezza, rispettivamente uno scultore ed un costruttore. E quando – ricorda Beltramini – nel 1546 il Palladio «si giocherà l’occasione della vita presentando il progetto  per le logge del palazzo della Regione, Giovanni sarà al suo fianco a garantire con il proprio prestigio l’affidabilità del giovane maestro» [9]. L’evoluzione professionale del capomastro in architetto affermato e soprannominato come sappiamo non avviene però grazie a particolari raccomandazioni e neppure ad una tradizione familiare di cui Andrea avrebbe potuto farsi erede, essendo figlio di un mugnaio: il suo fu puro talento e capacità d’imparare dai non pochi maestri che ebbe la fortuna o l’occasione d’incontrare nel corso proprio cammino, a partire dal già citato Giovanni da Porlezza.

E’ inoltre verosimile che Palladio abbia conosciuto l’allievo prediletto di Raffaello, Giulio Romano, che trascorse a Vicenza un soggiorno di almeno tre settimane, anche se l’incontro determinante pare sia stato quello con Giangiorgio Trissino, «uno dei protagonisti della cultura italiana del primo Cinquecento» [10]. Non sappiamo quando avvenne, ma quell’incontro fu senza dubbio la svolta per Palladio, che con Trissino ebbe modo di andare a Roma, maturare professionalmente  e – per dirla con una battuta semplicista ma efficace – di “entrare nel giro”. Sappiamo infatti che la fortuna di Palladio si realizzò grazie a relazioni tessute con diversi aristocratici, soprattutto veneziani, che si avvalsero del suo talento creativo ed architettonico.

Per quanto concerne la vita privata, è noto che nel 1534 impalmò «Allegradonna, figlia del falegname Marcantonio» dalla quale ebbe «cinque figli: Leonida, Marcantonio, Orazio, Zenobia e Silla» [11].  Non ebbe tuttavia una vita personale così facile e gloriosa, il Palladio: la moglie morì qualche anno prima di lui, il primogenito, Leonida,  fu reo confesso di un omicidio (e morì prima del padre, procurandogli grande dolore), il figlio Orazio fu chiamato a testimoniare davanti a un tribunale del Sant’Uffizio e lui stesso, Andrea, visse in una Vicenza nella quale omicidi anche cruenti si consumavano con una certa regolarità perpetuando sanguinose contese tra famiglie e casati. Tanto che fra gli stessi clienti palladiani vi furono vittime e carnefici di fatti di sangue [12].

Diverso fu il percorso di Silla, il più giovane dei fratelli Palladio ma capace in breve tempo di guadagnare come il padre e di assisterlo nella professione. Tornando al piano professionale di Palladio, si sente spesso affermare come costui abbia avuto un rivale-continuatore, Vincenzo Scamozzi (1548 – 1616), invidioso «un po’ come accadde per Salieri con Mozart» [13]. Detta realtà storica, riportata anche nell’agile ma precisissimo lavoro di Beltramini, trova in effetti conferma in uno scritto del 1589, dove Scamozzi sostiene che «non si degna d’esser chiamato allievo del Palladio, ma dice che ha cose molto migliori di esso Palladio» [14]. C’è infine da dire che Palladio, oggi riconosciuto universalmente come un maestro assoluto dell’architettura, non si arricchì mai: percepì 60 scudi per le logge del palazzo della Regione, quando a Giulio Romano ne toccarono 50 solo per dire la sua su dette logge.

Ciò non toglie che Palladio abbia avuto parecchi committenti facoltosi che gli consentirono di lavorare molto. Se restiamo sul piano storico, tuttavia, il grande architetto, che non lasciò testamenti, «non sembra essersi mai comprato una casa a Vicenza» e «non c’è dubbio che rispetto ad altri protagonisti della scena artistica veneziana, da Tiziano a Sansovino ad Alessandro Vittoria, Palladio non riesce, con il proprio lavoro, a incrementare sensibilmente le proprie entrate. Quello che aveva da vendere erano sostanzialmente le idee […] non particolarmente ben pagate» [15].

A conferma del paradosso ricordato in apertura, possiamo dunque dire che il genio che ha reso immortale e più bella che mai la città di Vicenza da Vicenza – dalla Vicenza in cui visse, almeno – non fu ripagato con la stessa moneta. Amò, potremmo dire, ma non fu riamato allo stesso modo. Eppure tracce della passione e del genio palladiano rimangono ancora oggi visibili a chiunque; a dimostrazione di una grandezza non riconosciuta in vita ma imitata infinite volte dopo. E premiata dalla storia.

Note: [1] Cfr. Andrea Palladio (voce), Wikipedia, consultato il giorno 1/4/2014; [2] Cfr. Mondin B. Storia della metafisica, Edizioni Studio Domenicano, 1998, p. 120; [3] Cfr. Lc 2, 1-7; [4] Scolari F. Della vita e delle opere dell’architetto Vincenzo ScamozziGiuntevi le notizie di Andrea Palladio, Tipografia Andreola, Treviso 1837, p. 15; [5] «La Repubblica», 12/2/1988, p. 28; [6] Cfr. Stern R.A.M. Il classicismo moderno, Di Baio Editore, Milano 1990 p. 12; [7] Beltramini G. Palladio Privato, Marsilio, Venezia 2008; [8] Ibidem, p. 11; [9] Ibidem, p. 19; [10] Ibidem, p. 26; [11] Ibidem, pp. 37-38; [12] Cfr. Ibidem, p. 47; [13] Minervino F. Scamozzi, la scienza dell’architettura, La Stampa – Tuttolibri, 29/11/2003, p. 9; [14] Cfr. Beltramini G. Palladio Privato, pp. 55-56; [15] Ibidem, pp. 72-73.

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