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Sessista la satira sul Ministro Boschi, sessista certa televisione, sessista la bocciatura delle quote rosa. Tutto il brutto e cattivo, o presunto tale, oggi è automaticamente sessista. Ma non tutto il male viene per nuocere. Infatti, pur essendo recente e pur suonando male, il termine «sessismo» – sexism è stato coniato il 18 novembre 1965, nel corso di una conferenza al Franklin and Marshall College – non va disprezzato perché ci ricorda quella parolina proibita che i Padri Costituenti hanno inserito nella nostra Carta all’articolo 3: sesso. Proprio quel sesso che l’ideologia gender – con la sua parificazione omologante fra infinite identità di genere – sta facendo di tutto per camuffare, cancellare, rimuovere. Dunque viva Laura Boldrini e le sue continue denunce contro il sessismo: ci ricordano che abbiamo una Presidente della Camera dall’accusa di sessismo facile, ma ci ricordano anche l’importanza irrinunciabile della differenza sessuale; che non deve mai divenire pretesto per discriminazioni di alcun tipo, ovvio. Ma che non deve neppure scomparire.

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