memoria

Oggi, Giornata della Memoria, dobbiamo avere l’onestà di dirlo: la memoria non basta. Non possiamo cioè accontentarci – per quanto imponente e partecipata – della commemorazione delle vittime dell’Olocausto come dovere civile, dobbiamo spingerci oltre. Le dimensioni dell’Olocausto furono infatti troppo ampie perché non ci visiti ancora oggi il sospetto che quell’inferno, prima che del delirio ideologico, fu il prodotto della follia umana, ma non di una follia improvvisa e disordinata, bensì di una follia sistematica e fredda, follia collettiva. Visti dall’alto, i campi di concentramento erano troppo ordinati per essere frutto di improvvisazione, troppo organizzati per far pensare che senza le bandiere nazionalsocialiste tutto quello non sarebbe stato possibile; i campi di lavoro sovietici e ad altre terribili pagine di storia, del resto, ci insegnano che il Male ha avuto più maschere, più abiti, più patrie. Quindi oggi, Giornata della Memoria, non possiamo che riconoscerlo: la memoria non basta, occorre scavare più a fondo in questa data che ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta settantuno anni or sono.

Occorre anzitutto domandarsi se la follia collettiva di cui abbiamo detto sia stata l’esito non tanto e non solo dell’odio, bensì di un’indifferenza, di una miopia radicale fino a divenire cecità; dell’incapacità del militare tedesco di turno di riconoscere che laggiù oltre il filo spinato, ammassati a centinaia, c’erano loro, i suoi fratelli. E se così è stato, come facciamo a non temere che accada di nuovo? Com’è possibile, per noi, escludere a priori – tanto più oggi, regnante il potere mediatico di distrazione di massa – che non possano esserci altri fili spinati oltre i quali gettare lo sguardo? La mostruosa crudeltà di cui è stata capace l’umanità ad Auschwitz come a Bergen-Belsen, a Dachau come Mauthausen, impone dunque una vigilanza superiore, che ci faccia vivere la Giornata della Memoria con la consapevolezza che è proprio vero che la memoria non basta, e che è davvero alto il rischio che la commemorazione si riduca a mera ricorrenza, e il ricordo a rito. D’altra parte le rassicurazioni, dal momento che l’uomo ha già dato prova di simili malvagità, servono a poco.

Il solo modo per andare avanti, accertata l’insufficienza della memoria, è allora quello di riflettere sulla forza dell’amore, sempre decisivo. Perché è così: sarebbero bastati un po’ d’amore e di fraternità per fermare Olocausto, per interromperlo, per impedire che avesse inizio; sarebbe bastato un istante di vera tregua, un attimo di ribellione a quello scempio. Sarebbe bastato che il medico nazista, prima di somministrargli l’iniezione letale di acido fenico, ascoltasse Padre Kolbe (1894-1941) il quale, dopo averlo ammonito – «Lei non ha capito nulla della vita…» -, gli sussurrò la verità tutta intera: «L’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!». Ecco, se tutti noi, diversamente da quell’ufficiale, prestassimo quotidiana attenzione a queste parole, il pericolo di dimenticare gli orrori passati probabilmente non ci sarebbe, e quindi la memoria potrebbe bastare. Ma dato che la storia ha già dimostrato di potersi ripetere, conviene tenere gli occhi bene aperti ed osservare in silenzio le fotografie dell’Olocausto. Per vedere l’umanità che altri uomini, incredibilmente, non hanno saputo riconoscere. Per non illudersi che il Male, dopo quella volta, non sia più esistito. Per non sottovalutare mai gli abissi ai quali può condurre l’assenza di amore.

Annunci