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Il problema non è che Achille Occhetto, come ha dichiarato a Il Tempo, abbia «appreso del dramma delle foibe solo dopo la svolta della Bolognina» e prima non ne sia «mai venuto a conoscenza»: il problema è che, come lui, milioni di italiani. Il problema è che i crimini di Tito era arcinoti un po’ prima della «svolta della Bolognina»: il Grido dell’Istria del 28 marzo 1946, per dire, ne riferiva in prima pagina. E su un altro giornale, Il Piccolo di Trieste del 15 ottobre 1943, si raccontava il dramma degli innocenti portati via con la famigerata corriera della morte e poi ritrovati nelle foibe. Non è dunque l’informazione il problema, ma la cultura; non la singola fonte, ma la regia complessiva. Che dal dopoguerra in poi è stata in mano all’intellighenzia di sinistra, menti anche notevoli che, impradonitesi di settori a dir poco strategici – dalla magistratura all’università –, hanno fabbricato omologazione per decenni.

Questo è stato possibile perché Antonio Gramsci (1891-1937), prima di altri, capì una cosa fondamentale, che lui stesso sintetizzò così: «Tutti gli uomini sono intellettuali […] ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione intellettuale» (Gli intellettuali, Editori Riuniti, Torino 1975, p. 7). Comprese cioè il potere che «non tutti gli uomini hanno nella società», vale a dire quello di formare, istruire, allevare. Un’intuizione profetica che consentì alla sinistra non soltanto di dominare su tutti coloro che di sinistra non erano, ma perfino sui loro stessi uomini, come il triste caso di Occhetto tenuto all’oscuro delle foibe dimostra. Un Renzo De Felice (1929-1996) che, per recarsi all’università dove insegnava, la Sapienza, dovette farlo scortato esemplifica bene cosa sia stata la dittatura culturale di sinistra. Dittatura che faremmo bene, anche «dopo la svolta della Bolognina», a tenere in mente per evitare che si ripeta.

Anche se forse, a ben vedere, è già troppo tardi dal momento che un pensiero unico già c’è. E’ quel politicamente corretto che non ti consente di dire quello che pensi per arrivare a farti pensare solo quello che puoi dire. Ed è, si badi, un’ideologia per molti versi peggiore di quella di sinistra, che almeno manifestava con chiarezza il suo dominio, i suoi scopi, le sue ambizioni. Il politicamente corretto invece no, ti frega in partenza dandoti l’impressione di non esistere anche se in realtà comanda programmi televisivi, redazioni dei quotidiani, facoltà universitarie. Ne consegue, per noi, una scelta: far finta di niente oppure ribellarci; alzare la testa oppure assecondare il Pensiero Unico col rischio, fra molti anni, di trovarci, con lo stesso stupore di Occhetto, fra coloro che non sapevano nulla dell’aborto di Stato consentito dalle Legge 194, degli embrioni sacrificati con la Legge 40, delle famiglie sfasciate dal divorzio. Togliersi le bende e guardare la realtà può far male, è vero. Ma tenerle non ci consente neppure di guardarci allo specchio.

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