Uno dei più longevi miti dell’abortismo è quello secondo cui un accesso agevolato alla contraccezione riduce le gravidanze indesiderate e, dunque, gli aborti. «Dobbiamo puntare molto sulla contraccezione come momento di prevenzione», affermava non a caso la politica abortista Maria Magnani Noya (1931-2011) (cit. in La questione femminile, Marsilio 1976, p. 62). La contraccezione come prevenzione all’aborto, dunque. Ma le cose stanno proprio così? Che cosa dice al riguardo la ricerca scientifica? A questa diffusa convinzione corrispondono degli effettivi riscontri oppure si tratta, per quanto popolare e radicata, di una leggenda metropolitana? La sola risposta attendibile può giungerci prendendo in esame i Paesi che sulla contraccezione hanno deciso, per così dire, di scommettere.
Prendiamo per esempio il caso inglese: la Gran Bretagna è un Paese dove da alcuni anni si è deciso di investire massicciamente nella diffusione di contraccettivi. Una scelta non casuale ma pensata in risposta all’allarmante fenomeno abortivo tra le adolescenti e alla crescita del numero complessivo delle interruzioni volontarie di gravidanza. Più contraccezione meno aborti, le aspettative erano queste. Ebbene, dopo qualche tempo dall’avvio di questo programma si è verificato un fatto totalmente inaspettato: le cose sono peggiorate. Il numero degli aborti, anche se di poco, ha infatti continuato a crescere – nel 2011 sono stati 189.931, mentre nel 2010 furono 189.574 – ma soprattutto tra le giovanissime sono aumentati drammaticamente gli aborti multipli: nel 2010 in 485 hanno abortito per la terza volta, in 57 per la quarta, in 14 per la quinta, in 4 per la sesta e in 3 per la settima. Orbene, non occorre molto per capire che in un Paese dove quasi 500 adolescenti all’anno abortiscono per la terza volta è in corso un disastro educativo di vaste proporzioni e, quel che è peggio, destinato a crescere.
A questo punto si potrebbe ribattere facendo osservare che quello inglese è comunque un caso singolo e dunque sarebbe affrettato impiegarlo per decretare il fallimento sociale della contraccezione. Le cose non stanno così dato che quanto accade in Gran Bretagna si è verificato anche altrove. Pensiamo alla Spagna dove, secondo quanto riferisce uno studio pubblicato un paio di anni fa, nell’arco di una decade all’aumento del 63% dell’uso dei contraccettivi è corrisposto una crescita ancora maggiore, pari addirittura al 108%, del tasso di aborto (Cfr. «Contraception» 2011; 83(1):82-7). Oppure pensiamo al caso della Svezia dove, tra il 1995 ed il 2001, durante un periodo di facilitazione della diffusione dei contraccettivi, il tasso di aborto delle adolescenti è lievitato del 32% (Cfr. Sexually Transmitted Infections» 2002; 78 (5):352-356). E potremmo continuare a lungo, se non fosse già chiaro non c’è correlazione tra contraccezione e riduzione delle gravidanza indesiderate (Cfr. «Journal of Health Economics» 2002; 21(2):207-25).
Non solo: i dati che abbiamo ricordato, unitamente ad altre risultanze, rafforzano l’ipotesi opposta, e cioè che la contraccezione sia causa o almeno concausa dell’aumento degli aborti (Cfr. «Working Paper, Duke University Department of Economics» 2008: 1-38 at 31). Ipotesi supportata anche dal fatto che oltre la metà delle donne intenzionate ad abortire – secondo quanto emerso in alcune ricerche – in precedenza faceva regolare ricorso alla contraccezione (Cfr. Guttmacher Institute 2008, Facts on Induced Abortion in the United States).
Come mai tutto questo? Le spiegazioni del fenomeno – precisato che qualora vi sia stato concepimento prodotti non di rado spacciati come contraccettivi (Norlevo, Ru-486, EllaOne) producono effetti abortivi – sono principalmente di due tipi. La prima è di ordine etico e riguarda il fatto che giammai un male, in questo caso l’aborto, può essere fronteggiato e men che meno superato ricorrendo a strategie a loro volta immorali, quali certamente sono le scelte di promozione della contraccezione; il fine, insomma, non giustifica i mezzi. Anche perché ricorrendo a mezzi ingiusti – come in questo caso – difficilmente si persegue il fine prefissato.
Passiamo così ad una seconda spiegazione dell’inefficacia della contraccezione, derivante da quella che potremmo definire una “incompatibilità di livelli”. Se infatti il fenomeno delle gravidanze, in particolare quelle tra le giovanissime, come sappiamo è del tutto reale, non è tuttavia detto che sia esso sia di natura squisitamente materiale. Al contrario, tutto lascia pensare che dietro vi siano forti carenze educative. Il che spiega come mai, se si predispone una risposta materiale – la distribuzione di contraccettivi – ad una domanda valoriale – il bisogno di autentica educazione all’affettività ed alla sessualità –, detta domanda non trova alcuna risposta adeguata e continua ad ingrandirsi. Esattamente con il tasso di aborto tende a crescere (o comunque certamente non decresce) con la diffusione dei contraccettivi.
Ne consegue che solo sostituendo la corrente apologia della contraccezione con una sana introduzione all’affettività e potenziando l’implementazione di interventi di gruppo che indirizzino il comportamento sessuale degli adolescenti si può ridurre l’incidenza del fenomeno delle gravidanze indesiderate (Cfr. «American Journal Of Preventive Medicine» 2012; 42(3): 272–294). Viceversa, insistendo con la politica contraccettiva si seguiterà a rimandare o, come abbiamo visto, a peggiorare la dimensione di un problema che già oggi è di proporzioni allarmanti.
(pubblicato su “Radici Cristiane” n. 79)

Secondo me c’è un motivo chiaro per cui più contraccezione più aborti: se si fa diffondono i contraccettivi si diffonde l’idea che si può fare ancora più sesso, in qualunque situazione, per cui ci scapperà sempre il rapporto non “protetto”, che naturalmente, nel momento che divenisse fecondo, “obbligherà” a abortire.
La soluzione è l’educazione all’uso responsabile della sessualità, comprendendo che la dimensione procreativa ne è essenziale, e che quindi la sessualità può essere vissuta quando ha senso la procreazione.
Allora… escludendo categoricamente la categoria morale (quale sarebbe l’immoralità della contraccezione?), rimane vero che a una questione valoriale non si può dare una risposta tecnica.
Ma dire che la contraccezione non riduce (e addirittura aumenta!) gli aborti mi sembra un voler scorrettamente piegare le statistiche per adattarle alle proprie convinzioni. Voglio dire: se aumentano gli aborti pur in presenza di politiche di diffusione della contraccezione, non è detto che la causa siano quelle politiche. E’ molto probabile, anzi, che in assenza di tali politiche gli aborti aumenterebbero anche in modo più consistente.
La statistica (ammesso che quella nell’articolo sia significativa) non individua quasi mai la causa dei fenomeni, ma si limita a dare alcuni dati, per di più senza poter considerare tutte le variabili
“Se aumentano gli aborti pur in presenza di politiche di diffusione della contraccezione, non è detto che la causa siano quelle politiche”. Invece sembra essere così, non a caso l’Italia – per qualcuno bigottissima e retrograda in materia di cultura contraccettiva – fa registrare, a differenza di altri Paesi, un (sia pure lieve) calo degli aborti. Solo una coincidenza? Mmm…. Saluti.
“E’ molto probabile, anzi, che in assenza di tali politiche gli aborti aumenterebbero anche in modo più consistente.”
Eh no! Giuliano Guzzo ha fornito solide cifre, e le connessioni vengono da sole.
Le probabilità segnalate invece da Andrea Ferroni, quelle sono tutte da verificare e opinabilissime.
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Gentile Giuliano,
perdona il parziale off-topic, ma quando ho sentito parlare di aspetti immorali della contraccezione mi sono incuriosito. Sono sposato da anni (dopo lungo fidanzamento) con l’unica compagna che abbia mai avuto (e la cosa vale anche per lei) e al momento non possiamo consentirci di avere figli; tuttavia, non solo non escludiamo questa eventualità, ma stiamo lavorando per renderla possibile in tempi brevi (in fondo siamo piuttosto giovani). Mi spiegheresti in che modo, secondo te, staremmo commettendo un atto immorale nel fare uso della contraccezione? Beninteso, i nostri mancati concepimenti (mediante contraccezione) non sono aborti scampati, in quanto siamo entrambi ferventi antiabortisti. Se mia moglie dovesse restare incinta non ci disperiamo, ma preferiremmo non adesso.
Ti chiedo questa spiegazione al di là del punto centrale dell’articolo, che può anche essere valido.
Saluti
Ringrazio per la domanda, ma dato che la domanda che mi viene posta è molto importante – e credo non liquidabile in due battute (la sintesi non è, credo, possibile su tutto), rinvio a questa lettura che, da cattolico, è quella che, da cattolico, costituisce per me un riferimento fondamentale (è l’HUMANAE VITAE di Paolo VI): http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_25071968_humanae-vitae.html
Un caro saluto,
Giuliano
Non riesci a evidenziarne i punti fondamentali? In questo caso credo che il tuo postare un link, nudo e crudo, a una fonte per quanto autorevole sia un “argumentum ad auctoritatem” senza neanche l'”argumentum”.
A parole tue, Giuliano?
Grazie in anticipo.
Non è un “argumentum ad auctoritatem”: semplicemente, la delicatezza di certi argomenti non è affrontabile a colpi di slogan. Ad ogni modo, il motivo per cui la contraccezione è immorale è perché separa la sessualità della procreazione, depotenziando la grandezza dell’atto e perché «al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all’altro in totalità: ne deriva non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio). Chiaramente la piena comprensione di queste considerazioni è agevolata dalla fede. Buona domenica.
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