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Non la morale, ma il moralismo. Non il rigore dei principi, ma il rigorismo dell’ideologia. Sono i pensieri che vengono alla mente leggendo il disegno di legge presentato da alcune parlamentari del Pd viene leggendo “Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicita` e nei media”, disegno di legge di cui il quotidiano «Libero» ha parlato ieri ma che risulta depositato in versione del tutto simile, col numero 2216, il 26 maggio 2010, e che si propone di sanzionare quanti «trasmettono non solo esplicitamente, ma anche in maniera allusiva, simbolica, camuffata, subdola e subliminale, messaggi che suggeriscono, incitano o non combattono il ricorso alla violenza esplicita o velata, alla discriminazione, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazione, all’offesa delle donne».

A prima vista, sono contenuti che possono suonare anche condivisibili. Poi però scopri che se il disegno di legge risale – almeno nella sua forma originaria – al 2010, non si capisce perché il Pd, che aspira a farlo diventare legge per tutti, non lo abbia condiviso nemmeno al proprio interno come dimostra la pubblicità – decisamente «allusiva» e per nulla «camuffata» del corpo della donna – con cui il partito nel 2011, cioè dopo la presentazione del ddl n. 2216, pubblicizzava a Roma la propria IV Festa democratica: difficoltà di comunicazione interna fra i democratici o non condivisione della proposta di legge in questione? Non è chiaro. Quel che è chiaro è che, prima di avanzare provvedimenti, tanto più se dal sapore moraleggiante, non sarebbe male moralizzare nel senso gradito almeno casa propria: trattasi di elementare esercizio di coerenza, nulla più.

Ma tornando alla proposta denunciata da «Libero», e prescidendo dalle contraddizioni del Pd, le perplessità rimangono comunque. Non convince infatti l’idea di una multa salatissima – fino a 5 milioni di euro – e dell’arresto fino a tre mesi per quanti, se passasse il disegno di legge, fossero individuati come trasgressori: non sarà un po’ troppo? Si parla tanto, in Italia, di tribunali intasati: ha davvero senso coniare nuove fattispecie di reato? E’ un dubbio che all’uomo della strada, di certo meno idealista e competente di alcuni parlamentari, viene. Esattamente come viene il dubbio che sanzionare aspramente la pubblicità ritenuta «allusiva» e «camuffata», tacendo o quasi sulla ben più palese e redditizia galassia pornografica – quella sì umiliante, in particolare per la donna – rappresenti il classico atteggiamento di chi vede il dito e non la luna.

Senza dimenticare che se da un lato qualsivoglia forma di «violenza» nella pubblicità è da respingere in toto – che riguardi donne, uomini o bambini, d’altro lato molto più fumose si configurarono le casistiche di «sottovalutazione» e di «ridicolizzazione» dell’immagine della donna; e poi, chi stabilirebbe, per esempio, il confine fra ironia e «ridicolizzazione»? L’impressione, insomma, è che si voglia far passare un provvedimento vago nel concreto ma inflessibile nel principio, pericoloso e neopuritano, in più tacendo sulle violenze concrete ai danni delle donne italiane, non di rado licenziate – per dirne una – quando vengono scoperte incinte, se impiegate nel privato; oppure lasciate senza alternative concrete all’aborto, se si trovano a vivere una gravidanza difficile o indesiderata. Ma di tutte questi problemi, propri di una discriminazione tangibilissima e non «camuffata» ai danni della donna, il Pd, e non solo quel partito, tacciono: altra, brillante prova di coerenza.

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