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Secondo una diffusa credenza, saranno le donne immigrate a realizzare quel “miracolo demografico” di cui abbiamo tanto bisogno. Saranno loro, si dice, ad evitare che i Paesi colpiti dall’invecchiamento della popolazione si trasformino in immense case di riposo a cielo aperto. Peccato che sia, appunto, solo una leggenda metropolitana. Che ora che l’Istat, col suo ultimo report, si appresta a sconfessare [1]. Ma prima di vedere perché, urge una premessa: siamo già un Paese con un’alta presenza di immigrati. Proprio così: l’Italia, con buona pace di chi ama descriverla come xenofoba e poco ospitale, oggi accoglie parecchi stranieri: il tasso netto di immigrazione – noto come «net immigration rate» – ci vede infatti fra i Paesi che ospitato una percentuale di immigrati alta e superiore, per esempio, a quelle di importanti partner europei quali Francia e Germania [2].

Chiarito questo aspetto, vediamo cosa dice l’Istat nel suo ultimo Bilancio demografico nazionale a proposito del tasso di fertilità : «L’incremento registrato negli anni precedenti era dovuto principalmente all’apporto alla natalità dato dalle donne straniere […] tuttavia, l’incremento che le donne straniere danno alla natalità non compensa la diminuzione dovuta a quello delle donne italiane» [3]. Tradotto: se qualcuno ripone chissà quali speranze demografiche nell’immigrazione, farebbe meglio ad aprire gli occhi. Questo perché – continua l’Istat – «da un lato le donne italiane in età riproduttiva (15-49 anni) fanno registrare una diminuzione della propensione alla procreazione; dall’altro si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri, dovuto al prolungato calo delle nascite iniziato all’incirca a metà anni ’70, con effetti che si attendono ancora più rilevanti in futuro» [4]. Parole sin troppo chiare, che suonano come un avvertimento che tutti, a partire da quanti siedono nelle Istituzioni, farebbero meglio a prendere sul serio.

Infatti, se è vero, come illustrano alcuni lavori, che l’invecchiamento della popolazione, per quanto accentuato, non è da considerarsi irreversibile [5], è altrettanto palese come da anni, nei Paesi industrializzati, sussistano problemi di non poco conto, primo fra tutti la differenza – grave e consistente – tra il numero di bambini che le donne europee e soprattutto italiane desiderano avere e quelli che poi effettivamente mettono al mondo [6]. Una differenza, questa, che curiosamente interessa anche le donne che sono già madri. Sappiamo infatti che in Italia il 60% delle donne con un figlio e persino il 50% di quelle con due figli sarebbe disposto a fare un altro figlio se solo fosse garantita loro un’assenza lavorativa solida e indolore, vale a dire con rientro garantito – diversamente da come avviene – senza penalizzazioni [7]. Quindi, se da un lato è dubbio che incentivi e tutele per il lavoro femminile possano nell’immediato invertire una tendenza pluridecennale, d’altro lato è evidente come qualcosa di buono, se c’è la volontà politica, si possa fare.

E, aggiungiamo noi, si debba fare. Infatti in questi anni, dopo un debolissimo arresto della denatalità – dovuto al gran numero di immigrati arrivati nel Paese – questa ha ripreso a galoppare alla grande, e nel 2012 il numero dei nati è diminuito, rispetto al 2011, di ben 12.399 unità, facendo segnare un preoccupante -2,3% e dando così seguito ad un andamento già registrato a partire dal 2009. Il decremento, seppur contenuto, si registra in tutte le aree del Paese. Non c’è dunque parte d’Italia che possa chiamarsi fuori da quella che, ormai, è una sfida che ci riguarda tutti: dobbiamo tornare ad investire sulla natalità, iniziando col sostenere in modo convinto quelle giovani coppie che oggi si impegnano o sono da poco impegnate nella più colossale e rischiosa delle sfide, quella che a dar retta ai mass media sa già in partenza di fallimentoe che invece rappresenta la migliore garanzia per la stabilità ed il futuro di una società: il matrimonio.

Note: [1] Cfr. Bilancio demografico nazionale. Popolazione residente, natalità, mortalità, migrazioni, famiglie e convivenze. «Istat» 2013; 1-10; [2] Cfr. EU Employment and Social Situation. «Quarterly Review» 2013 1- 30:18; [3] Bilancio demografico nazionale. Popolazione residente, natalità, mortalità, migrazioni, famiglie e convivenze: 4; [4] Ibidem; [5] Cfr. Myrskylä M. – Kohler H.P. – Billari F. (2009) Advances in development reverse fertility declines. «Nature»; 460 (7256): 741-743; [6] Cfr. Cl. Chesnais, Determinants of Below-Replacement Fertility, Expert Group Meeting on Below-Replacement Fertility, Population Division, «Department of Economic and Social Affairs, United Nations Secretariat», New York, 1997, UN/POP/BRF/BP/ 1997/2: 12; [7] Cfr. Blangiardo G.C. Fecondità e lavoro: la faticosa ricerca di nuovi strumenti per nuovi equilibri in Donati P. (a cura di) Famiglia e lavoro: dal conflitto a nuove sinergie, San Paolo 2005, p. 123; [8] Cfr.  Bilancio demografico nazionale. Popolazione residente, natalità, mortalità, migrazioni, famiglie e convivenze: 3

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