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Per esprimere vicinanza concreta ai maturandi, ho provato ad eseguire la prima prova, tipologia b). Argomento: individuo e società di massa. Saggio breve dal titolo “E la massa si mangiò l’individuo” per un mensile di approfondimento culturale. Consegna avvenuta dopo 54 minuti.

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La democrazia basta alla libertà? Oppure ne è condizione necessaria ma non sufficiente? Col suffragio universale e la possibilità di scegliere direttamente da chi farsi rappresentare, il popolo, in teoria, è depositario di una sovranità che esercita in prima persona in occasione degli appuntamenti elettorali. Sempre in teoria, quindi, la libertà politica è garantita dalla democrazia, che si configura così come antidoto permanente alla tirannia.

Tutto questo, appunto, in teoria. Sì, perché se riflettiamo sulla libertà quale valore non solo politico, ma anche pre-politico – da tutelarsi cioè pure al di fuori di dinamiche parlamentari e di organizzazione del consenso – non possiamo non riscontrare come la pur nobile lezione democratica non basti a prevenire e neppure ad arginare il successo di quelle ideologie che a tutt’oggi minacciano il valore della libertà, e che si sono silenziosamente stratificate negli anni.

A questo riguardo suonano drammaticamente profetiche le parole di Pier Paolo Pasolini, che già decenni or sono denunciava l’«omologazione distruttrice» in grado, a parer suo, di spingersi laddove «nessun centralismo fascista è riuscito», ovvero a determinare un’adesione culturale «totale e incondizionata» a modelli imposti. Modelli che traggono la loro forza, fra le altre cose, dall’eccitabilità delle masse, ovvero dalla facilità con cui gli individui, opportunamente stimolati, possono perdere facoltà critica e controllo.

Ce lo spiega bene Elias Canetti, il quale nel suo Il frutto del fuoco (Adelphi, Milano 2007) a un certo punto sottolinea la somiglianza – singolare quanto impressionante – tra una sommossa e una partita di calcio, due occasioni che, per quanto diverse, evidenziano come sotto lo stimolo della rabbia in un caso e del tifo nell’altro, la personalità di ciascuno possa subire un brusco livellamento: tutti o quasi agiscono nello stesso modo, urlando senza limiti e lasciando il proprio umore in balia di qualcosa che, alla fine, li interessa in modo relativo.

Se a questo si aggiunge l’offuscamento di valori condivisi – a loro volta rimpiazzati dall’«omologazione distruttrice» lamentata da Pasolini – appare più che condivisibile la preoccupazione di chi ritiene importante, anche in tempi di pluralismo, conservare un nocciolo identitario che preservi il popolo e la persona dalla massa e dall’individuo, le loro rispettive involuzioni. In questo senso, per evitare che l’umanità civilizzata regredisca, direbbe Montale, a «cafarnao delle carni, dei gesti e delle barbe», occorre un investimento comune sui valori fondanti. Prima fra tutti la libertà che, intesa in senso assoluto e irrelato, da garante della democrazia rischia di divenirne la distruttrice.

Tale transizione, quella verso l’assolutizzazione della libertà, si realizza con l’annullamento o la riduzione della libertas maior – cara ad Agostino e Tommaso, e consistente nell’adesione volontaria al bene – alla libertas minor, che si concreta nella mera scelta fra bene e male, senz’alcuna reale implicazione morale al di fuori di quella individuale. Ma se bene e male di fatto cessano di esistere, consentendo a ciascuno di fabbricarsi un’etica miniaturiale e dequalificando come liberticida ogni critica a questo scenario, significa che il centralismo culturale edonista, che asseconda qualsivoglia istanza individuale, esercita un dominio davvero totalizzante.

Non a caso il pessimismo pasoliniano, com’è noto, lascia intendere che si tratti di una guerra forse già persa e che la tirannia dell’omologazione potrebbe avere la meglio. Ma la storia ci insegna – pensiamo, per esempio, al destino dei totalitarismi del Novecento, implosi uno dopo l’altro – che sono proprio le forze accreditate come invincibili, in realtà, ad avere il tempo contato. Basta aspettare e, nel frattempo, trovare il coraggio di reagire. Perché per quanto ammalianti possano essere le sirene dell’ideologia, alla lunga nessuna di loro eguaglia il canto della vera libertà. Quella libertà che non fa sentire l’uomo felice perché libero, ma libero perché felice.

Giuliano Guzzo

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