bellezza

Finché siete in tempo andate a vederlo, o meglio ad ammirarlo, perché la Grande Bellezza di Sorrentino, più che film, è un capolavoro. Un capolavoro molto particolare e diverso da altri; un capolavoro “consapevole” potremmo dire, dal momento che una pellicola girata fra bellezze di Roma che continuamente irrompono in scena non poteva che essere tale. La storia, popolata da molti personaggi, è in realtà semplice: Jep Gambardella, scrittore e giornalista di costume, festeggia i suoi sessantacinque anni attorniato da amici che condividono la sua passione per una mondanità al tempo stesso dorata e decadente, luccicante e crepuscolare, indifferente alla crisi economica ma inseguita da quella esistenziale.

Con la morte di alcuni conoscenti e l’avanzare dell’età certificato dall’ennesimo compleanno, Gambardella apre gli occhi e inizia a fare i conti con la realtà disorientata di cui è coprotagonista, attenuata solo dalle meraviglie della Capitale, eternità artistica e marmorea che inganna il tempo e coloro che la abitano, che corrono il rischio di sentirsi sempre giovani prima di accorgersi di essere già vecchi. Nostalgico e pirandelliano, la Grande Bellezza è un inno al contrasto fra la forma e la vita, con la forma che si agita fino a sembrare vitale e la vita morsa in una strettoia estetica che appaga provvisoriamente, fino a quando lo scorrere del tempo non divide una volta per tutte ciò che passa da ciò che resta.

Una divisione amara soprattutto per chi, come Gambardella, si ciba dell’illusione – consapevole e quindi insufficiente – che la musica di una festa possa essere così alta da coprire le macerie di un’esistenza priva di ogni nobiltà al di fuori della memoria. In definitiva tutti i protagonisti del film subiscono la vita, eccetto coloro, come suor Maria – personaggio che ricorda moltissimo Madre Teresa –, che decidono di darle un senso, di sconfiggere la pur movimentata staticità mettendosi in gioco, evitando il comodo ruolo di burattino per quello di attore autentico, senza palco né copione. La storia si conclude così, col buon Jep, un Servillo magnificamente impigliato al centro della vita e al centro di Roma, che si congeda confidando a se stesso quanto, in fondo, ha sempre saputo.

Voto: 9 e 1/2

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