letta

Abbiamo un governo ed è una già notizia, anzi un scoop viste le ormai molte settimane trascorse dal voto dello scorso aprile ad oggi. La seconda notizia è che si tratta finalmente di un governo giovane: lo guida Enrico Letta –  che coi suoi 46 anni è il premier più giovane di sempre dopo Goria e Fanfani, che lo furono a 43 e 45 anni nel 1987 e nel 1954 – ed è composto da ministri la cui età media è di 53 anni, ben 10 in meno dell’esecutivo precedente. La terza notizia è poi la forte rappresentanza femminile, pari al 33% dell’intera squadra.

Ma la novità più rilevante a ben vedere non è neppure anagrafica, bensì politica: è il primo governo dopo chissà quanto determinato dalla convergenza non solo di partiti ma pure di coalizioni diverse. Una cosa cui fino poco fa non credeva nemmeno lui, Letta, il quale in data 8 marzo 2013 dichiarava: «Una grande coalizione? Fossimo in Germania e ci fosse la Merkel sarebbe la soluzione perfetta. Purtroppo siamo in Italia e c’è Berlusconi, la vedo complicata». Poche settimane ed eccoci qua, col Nostro chiamato a guidare quella che lui stesso giudicava come l’impraticabile «soluzione perfetta».

Come sappiamo le criticità che il nuovo esecutivo è chiamato ad affrontare sono parecchie e titaniche – dalla necessità di fermare la recessione all’obbligo di riformare lo Stato -, ed è quindi presto per sbilanciarsi in pronostici; del resto accanto a nomine ministeriali di tutto rispetto, ve ne sono altre decisamente opinabili, ma i processi preventivi non si fanno a nessuno, dunque vedremo. Il dato che intanto rileva, dicevamo, è politico: è la prima volta che Pd e Pdl seppelliscono l’ascia di guerra per collaborare. E’ una tregua politica, ben diversa da quella tecnica consumatasi sotto la regia di Mario Monti nella quale la politica era semplicemente ibernata.

Anche se le priorità da fronteggiare, crisi economica in primis, rimangono le stesse, oggi le cose sono completamente diverse. Quella che si sta verificando è difatti una fase epocale: dallo scontro all’incontro. Non era mai successo. Alcuni – i soliti noti – gridano ovviamente all’inciucio, ma chi ha sale in zucca non può non leggere nell’accordo fra i maggiori partiti qualcosa di buono e, se non di buono, perlomeno di inevitabile. Perciò, anche se è vero che il Pd potrebbe essere poco compatto e regolare nel sostenere l’esecutivo, e lo stesso potrebbe fare il Pdl qualora non venissero varate le misure auspicate, siamo di fronte alla concreta possibilità della Terza Repubblica.

Non più bandiere e campagne elettorali permanenti, bensì lungimiranza condivisa; non più i soli interessi di bottega, ma prima di tutto la convinzione di dover servire il Paese. Se così fosse il governo Letta inaugurerebbe davvero una nuova stagione politica e istituzionale. Tutto ora dipende dai giornali-partito, dalla magistratura militante e dalle correnti partitiche, i tre storici elementi di destabilizzazione italiana; se anche da loro soffierà aria di tregua, allora la Terza Repubblica nascerà davvero. E se lo farà con qualche riforma seria e lasciandosi alle spalle i rancori del recente passato, sarà benvenuta. Decisamente stufi di inutili litigi, i cittadini non aspettano altro che questo: fatti.