Tutto come imprevisto

C’erano una volta elezioni con poltrone e candidati intoccabili, pronostici e collegi sicuri; e tutto filava più o meno liscio. Qualche sorpresa qua e là, certo, ma in sostanza gli eletti controllavano gli elettori, quasi li sorvegliavano, sapevano chi vota cosa. I sondaggi, se c’erano, erano conferme del potere in carica, sigilli. Ebbene, in queste elezioni è accaduto il contrario: tutto come imprevisto. Novità fino a sei, sette mesi or sono fantascienza si sono materializzate alla conta dei voti, e quattro, in estrema sintesi, sono le più rilevanti.

La prima: Grillo. Di comizio in comizio, il comico genovese ha rastrellato un numero stellare – è il caso di dirlo – di consensi, fino a far incoronare il suo MoVimento 5 Stelle primo partito d’Italia. Nota bene: i suoi non hanno raccolto nuovi consensi, anzi complessivamente alle urne i votanti sono calati, eppure moltissimi sono stati sedotti dall’inedita prospettiva di votare senza una direzione precisa ma con la soddisfazione di chi, anziché sostenere Tizio o Caio, rifila sberle a tutti. Il successo del MoVimento è dunque arrivato, eccome. Vedremo se durerà e soprattutto se resisterà all’inevitabile processo di istituzionalizzazione.

Seconda novità: il centrosinistra che, manco a dirlo, perde pure quando vince. Novità relativa, si obbietterà. E invece no, perché questa volta le squadra democratica aveva dalla sua un potenziale Maradona, il bomber Matteo Renzi, che da qualche mese ha preferito di lasciare in panchina per tenersi stretto Bersani, l’usato sicuro per l’Italia giusta, il leader che più che dalle primarie sembra uscito dalla penna di Guareschi, pepponiano com’è in toni e in modi. Per lui e per le sue fumose proposte programmatiche vittoria mutilata dunque, anzi mutilatissima (meno di 0,5% il distacco alla Camera, briciole), fra l’altro senza nemmeno la sospirata stampella-Monti.

E veniamo così al terzo scoop, e cioè l’inatteso affondo di un centrino mai così centrino, lillipuziano, minuto fino a dissolversi in percentuali da contagocce. La credibilità europea ed elitaria dell’ex rettore della Bocconi non ha saputo farsi patriottica e popolare, trascinando nella sconfitta anche due vecchie volpi come Fini e Casini. E adesso? Adesso il professor Monti se ne tornerà dove in fondo è sempre stato, fra i banchi del Senato, e da lì è probabile che manterrà un ruolo di rilievo, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche dell’elezione del futuro presidente della Repubblica.

Il quarto imprevisto – forse il maggiore – è stato ancora una volta lui, Silvio Berlusconi, l’eternamente spacciato che sa risalire vette mozzafiato, per tutti gli altri impossibili. Parliamoci chiaro: fino a pochi mesi fa il centrodestra era orfano, alla deriva, nessuno ci avrebbe scommesso un euro. Nessuno eccetto il Cavaliere, il vincente che riesce sempre a confermarsi tale. Se ne facciano quindi una ragione, gli amici di sinistra: il vero gladiatore della politica italiana alberga ad Arcore, le altre sono pallide imitazioni. E chiunque domani intenda fare qualcosa in Parlamento, che sia Bersani – come pare naturale – o che sia qualche allievo di Grillo, dovrà fare i conti con lui, l’originale.

Morale: il centrosinistra vince nonostante gli infiniti voti persi, il centrodestra pareggia, arriva incredibilmente ad un soffio, e il MoVimento 5 Stelle fa un botto destinato ad echeggiare a lungo in Camera e Senato. Quindi Pier Luigi Bersani, colui che sognava di smacchiare il giaguaro, si trova ora con una gatta da pelare. Imprevista. Enorme. La più grande della sua vita.