Pantani

Ricordo piuttosto bene la sera del 14 febbraio 2004: mi trovavo in un locale del centro di Vicenza, a giocare a biliardo in compagnia di mio fratello e di alcuni amici. A raggiungermi, mentre avevo la testa chissà dove, fu un sms di mio padre: «E’ morto Marco Pantani». Quattro parole appena, che però si fissarono nella mia memoria ben più profondamente che in quella del telefonino di allora. Quattro micidiali lame nel mio cuore di tifoso. Improvvise. Affilatissime. Conficcate per sempre.

Anche per questo nove anni non sono bastati a togliermi di dosso, oltre a quello del fulmine piovuto nel mio cellulare, il ricordo del primo pensiero che allora provai, il primo sospetto, la prima triste sensazione. E cioè che il Pirata fosse in qualche modo morto da tempo, addirittura da anni. Precisamente dal 5 giugno 1999, quando a Madonna di Campiglio, prima che a visitarlo fosse la tragedia, il campione se ne stava ancora nella stanza, dormiente, coi pensieri adagiati sulle rampe del Mortirolo, vero protagonista di una tappa, la ventunesima, che per lui non sarebbe mai iniziata.

Quelli furono i suoi ultimi momenti di serenità. Poi di primo mattino, l’arrivo dei medici: controllo antidoping a sorpresa. A sorpresa fino ad un certo punto: Pantani, maglia rosa, quel controllo se lo aspettava. Quello che né lui né altri si aspettavano era il numero dei medici – stranamente quattro anziché due -, quello delle provette utilizzate – stranamente una anziché due –, ed il modo con cui tutto fu effettuato – uno strano nervosismo – nonché l’ordine – controllando stranamente prima altri di Pantani, che era la maglia rosa. Dettagli che ricordano tutti ma cui nessuno, prima di qualche ora dopo, diede importanza. Soprattutto nessuno si aspettava l’esito di quel controllo. Che fu negativo (cioè sotto il 48%) per molti eccetto che per un campione prelevato, che registrò un valore di ematocrito pari a 52, divenuto 51 con l’1% tolto d’ufficio: quello con il sangue di Marco Pantani.

Inutile ripetere che l’ematocrito più alto non voleva dire doping – infatti il Pirata fu fermato per appena 15 giorni -, inutile sottolineare che ebbe dell’incredibile la scena del campione romagnolo scortato dai carabinieri all’uscita dell’albergo, inutile ogni precisazione: la notizia recepita dal mondo intero fu una ed una soltanto: Marco Pantani traditore dei tifosi, dei compagni di squadra, di tutti quanti. «Attorno a lui il tradimento», titolava infatti l’editoriale di Candido Cannavò (1930-2009) in prima pagina sulla Gazzetta dello Sport del giorno seguente, editoriale dove il Pirata veniva indebitamente accostato al canadese Ben Johnson, atleta lui sì certamente dopato.

Diametralmente opposta la lettura dei fatti che ne diede lui, il fuoriclasse squalificato, da subito persuaso di essere vittima di un complotto. Convinzione non destituita di fondamento se si considera:

a) la sera del 4 giugno, per evitare brutte sorprese dato che era certo che avrebbe avuto un controllo il giorno seguente, il Parata si fece controllare scoprendo di avere l’ematocrito al 46%, cioè sotto la soglia limite, esattamente come sotto o al limite (47,8 e 48,1 %) furono i anche valori rilevati il pomeriggio del 5 giugno ad Imola, presso un laboratorio accreditato Uci;

b) le modalità del controllo del 5 giugno furono probabilmente irregolari: pare infatti che a Pantani, a dispetto di quanto prevedeva il regolamento, non venne fatta scegliere la provetta, che invece gli fu presentata con sospetto nervosismo, dicendogli ripetute volte una frase che rimarrà scolpita per sempre nella memoria del Pirata: «Lo vedi, vero, che questa provetta è tua»;

c) le strane voci che circolavano la sera prima del 5 giugno: «Già la sera del 4 giugno – racconta Marco Velo, compagno del Pirata – cominciarono a girare voci che Marco il giorno dopo sarebbe stato escluso dal Giro. Mi ricordo che la sera eravamo nella stanza di uno di noi: eravamo tutti felici, scherzavamo, ridevamo e pensavamo a come ci saremmo divisi il premio per la vittoria del Giro. Ma il clima cambiò alle 22-22.30 perché nella stanza cominciarono ad arrivare telefonate di gente che era presente a una festa dell’organizzazione e chiedeva se fosse vero che l’indomani Marco non sarebbe partito»;

d) lo straordinario e singolare anticipo con cui, prima dello stesso Pantani, i giornalisti seppero della notizia del suo stop: «Il 5 giugno 1999 – ricorda Roberto Pregnolato, massaggiatore del Pirata – mezz’ora dopo che il prelievo a Marco era stato fatto, i giornalisti al seguito del Giro già sapevano il risultato»;

e) le parole di Renato Vallanzasca, confermate anche davanti ai pm, circa strane scommesse sul vincitore Giro, o meglio, su chi non lo avrebbe sicuramente vinto («Quattro o cinque giorni prima che fermassero Marco a Madonna di Campiglio, in carcere mi avvicinò un conoscente: “Renato […] hai qualche milione da buttare?… Se sì, puntalo sul vincitore del Giro! Non so chi vincerà, ma sicuramente non sarà Pantani”»).

L’insieme di questi elementi non darà mai pace a Marco Pantani, che continuerà a ritenersi bersaglio di un piano ai suoi danni: «Il controllo del sangue che mi ha escluso dall’ ultimo Giro è stato manipolato e mi sento ingannato. In quel controllo c’ era qualcosa di anormale, sembrava che il sangue fosse di due persone diverse […] Tutto in questa materia di doping è così poco regolamentato che era molto facile per qualcuno manipolare il mio sangue» (La Repubblica, 12/1/2000, p. 46).

Il resto della storia del Pirata, compresa la sua tragica morte, non mancherà di presentare altri aspetti poco chiari. Ma è certamente quel 5 giugno 1999 che qualcosa, nel suo equilibrio di uomo e di atleta, si ruppe per sempre. Marco Pantani rimase intimamente convinto di un complotto contro di lui, al punto – se non ricordo male – che arrivò ad ingaggiare degli investigatori privati pur di far luce sui fatti di Madonna di Campiglio, dove tutto è iniziato prima di concludersi, purtroppo, il 14 febbraio 2004. Il giorno in cui i cuori degli innamorati battono forte ed i cuori di molti tifosi di ciclismo, compreso il mio, si ritrovarono improvvisamente soli. Come solo, sulle salite più dure, amava essere lui, il Pirata. L’autore di tante vittorie che non accettò mai, dopo Madonna di Campiglio, d’essere il responsabile della sua sconfitta più amara.