schiavisti

Il tempo aiuta a dimenticare, si dice. Ed è vero. Il punto è che a volte esagera pure, il tempo. Nel senso che fa dimenticare non solo il necessario ed il giusto, ma anche qualcosa di più. Al punto che personaggi che nel corso della loro vita assunsero posizioni inaccettabili a distanza di anni o di secoli, vengono ricordati o addirittura osannati. E’ il caso, in queste settimane, del presidente americano Lincoln (1809-1865), celebrato cinematograficamente come eroe anche se fu sempre un consapevole ed orgoglioso razzista («Sono favorevole al ruolo di superiorità che deve svolgere la razza a cui appartengo. Non ho mai detto il contrario», disse pubblicamente nell’agosto del 1858) e tentò persino di fondare, senza successo, una colonia in quel di Haiti.

Ancora meglio è andata al nostro Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Celebrato come modello e presente in innumerevoli vie e monumenti del Paese, fu in realtà, fra le altre cose, un trafficante di schiavi, ed ebbe una vita talmente controversa che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour convocò ben quattro scrittori, tra cui Alexander Dumas. Lo stesso Vittorio Emanuele II lo riteneva un criminale. «Questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete […] Il suo talento militare è modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui», scrisse di lui a Cavour, dopo lo storico “incontro di Teano”.

La storia, o meglio la scarsa memoria storica, è stata particolarmente generosa anche con Voltaire (1694-1778), il quale è addirittura considerato il padre della tolleranza («Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle»: quante volte la sentiamo ripetere, questa frase?) quando invece fu, al pari di Lincoln e Garibaldi, favorevole allo schiavismo ed investì pure in azioni di compagnie che si occupavano di compravendita di uomini di colore. Che considerava null’altro che animali: «L’uomo nero è un animale che ha lana sulla testa, cammina su due zampe, è quasi tanto pratico quanto una scimmia, è meno forte che gli altri animali della sua taglia, possiede un poco più di idee ed è dotato di maggior facilità di espressione» (Trattato di Metafisica, 1978, p. 63). Più razzista di così, in effetti, si muore.

Dinnanzi a così tre clamorosi esempi – ma ve ne sarebbero anche altri, che tralasciamo per non affaticare il lettore – viene da chiedersi come mai taluni personaggi, per nulla esemplari, vengano celebrati a scapito di altri, passati alla storia come “cattivi” senza poi chissà quali particolari colpe. Il sospetto è che quanti detengono la conoscenza storica siano piuttosto inclini ad una divulgazione parziale, manichea, ideologica. Lasciando molti nell’ignoranza. Che è, soprattutto oggi, la schiavitù peggiore.