memoria

Se nella vita di tutti i giorni il confine tra ciò che unisce e ciò che divide è in perenne oscillazione e talvolta difficile da individuare, con il rito della commemorazione – di ogni commemorazione – l’uomo esperimenta la possibilità di un incontro duplice: con il prossimo e con sé stesso. Perché commemorare significa certamente ricordare insieme, ma questo è possibile solo se la memoria risulta già avvertita da ciascuno come valore e come risorsa. Diversamente la commemorazione scema, perde forza e in definitiva si riduce a ricorrenza.

In tal senso credo sia fondamentale proporre e proporci la Giornata della Memoria come un appuntamento con noi stessi prima che con gli altri, con la nostra coscienza prima che con i libri di storia. Con l’obbiettivo – che a prima vista può apparire paradossale – di accrescere la comune consapevolezza che ricordare è certamente utile ma non basta. Che è necessario soffermarsi e riflettere profondamente per capire come le radici della Shoah, prima che in un delirio collettivo, siano da ricercarsi nello smarrimento individuale, nella mancata capacità dell’essere umano di riconoscere sé stesso.

I campi di concentramento, infatti, non furono – come spesso siamo portati, semplificando, a ritenere – il frutto della cieca obbedienza di alcuni ad progetto criminale, bensì di una disobbedienza: quella dell’uomo contro la legge scritta nel proprio cuore, in ribellione con la propria natura. Ed è a partire da quell’atroce disobbedienza che è doveroso interrogarsi: com’è stata possibile? Come hanno potuto degli uomini calpestare l’umanità altrui dimenticando così radicalmente la propria? Quale l’origine di aberrazioni così spaventose?

Sono domande che siamo soliti liquidare con una sentenza di quattro parole: è stata una follia. Il che corrisponde al vero solo in parte. Infatti, se i Lager – al pari dei Gulag e dei vari genocidi che hanno insanguinato ed insanguinano la storia – fossero stati davvero un mero esercizio di follia, a ben vedere avremmo un’ottima ragione per abolirla, questa Giornata della Memoria. Perché la follia non ammette previsioni né così ampi margini di guarigione. Dunque, tanto varrebbe risparmiarsi la commemorazione e abbandonarsi alla speranza che il Male, prima o poi, faccia le valigie e svanisca di suo.

Ma è di tutta evidenza quanto sarebbe irresponsabile un simile atteggiamento. In ognuno di noi, infatti, è radicata la sotterranea consapevolezza che la disobbedienza dei militari che conducevano nelle camere a gas i loro fratelli ebrei e non solo in realtà fosse lucida, collettiva, pianificata; tutt’altro che “folle”. Ne consegue il concreto rischio che certi orrori– magari in forme differenti ma egualmente feroci e brutali – possano verificarsi nuovamente. E c’è un solo modo per evitare che ciò accada: riscoprire il valore della fraternità come regola primigenia di un’umanità obbediente e rispettosa di sé stessa.

Ovviamente per riconoscersi fratelli non basta evocare astrattamente, come spesso si fa, il valore dell’uguaglianza; non puoi amare il prossimo perché speri che sia uguale a te, che ti assomigli, ma perché ne hai la certezza. Perché riconosci che fa parte della tua famiglia, che ha avuto ed ha il tuo stesso Padre. Esattamente quello che non hanno saputo fare gli autori dell’Olocausto. La cui mostruosità scaturì primariamente dal fatto di essere divenuti robot, uomini pervasi dall’abisso di chi non ha memoria di una fratellanza comune. La stessa memoria che noi, in questa Giornata, siamo chiamati a preservare. Guardando non solamente agli orrori da allontanare per sempre, ma anche e soprattutto a quella figliolanza universale rimossa la quale tutto, purtroppo, potrebbe ripetersi.