renoir

Due ore di coda e ieri, ultimo giorno prima dell’odierna chiusura, ho finalmente visitato “Raffaello verso Picasso“, la grande mostra allestita nella mia Vicenza presso la Basilica Palladiana, inaugurata per l’occasione dopo un lungo ed impegnativo restauro costato ben cinque anni di lavoro. Entrato con notevoli aspettative – non foss’altro per la grande pubblicità riservata all’evento – ne sono uscito, debbo dire, estasiato: raramente mi era infatti accaduto di poter spaziare, nel giro di pochi metri e di pochi minuti, fra una novantina di opere; da Botticelli a van Gogh, da Tiziano a Modigliani, da Giorgione a Cézanne.

Raramente mi sono ritrovato spettatore di tanta bellezza, di tanta storia, di tanti modi di interpretare il drammatico e il sublime, il sacro e il quotidiano; il tutto – conferma il Catologo curato da Marco Goldin – «seguendo il filo delle derivazioni, delle desinenze ma anche dell’incanto». La mostra dunque ha centrato l’obbiettivo dell’emozione e dello stupore, della riproposta del bello attraverso epoche e territori anche molto distanti fra loro. Gradevole, per entrare nello specifico, anche la scelta delle quattro sezioni tematiche – sentimento religioso, nobiltà del ritratto, ritratto quotidiano e Novecento/sguardo inquieto – capaci di traghettare il pubblico in una diversificazione filosofica prima che stilistica,  spirituale prima che storica.

L’unico neo della mostra, forse, è lo scarso protagonismo riservato alla Basilica Palladiana, ridotta ad ospite secondario, a sfondo, a contenitore neutrale di un evento che non ha saputo valorizzarla. L’illuminazione e l’organizzazione della pur riuscita “Raffaello verso Picasso“, in questo, si sono dimostrate forse incomplete. D’accordo che la festa riguardava primariamente la pittura, e d’accordo che gli invitati chiamati ad animarla erano e sono gli artisti più grandi di ogni tempo, ma un omaggio al padrone di casa, Andrea Palladio, non sarebbe stato male. Unico dispiacere personale, invece, è non aver ammirato abbastanza a lungo la Danse à Bougival di Renoir. Ma forse, dinnanzi a quello e ad altri capolavori, un “abbastanza” non esiste.