Le scuole italiane, a partire da quest’anno, saranno tenute ad organizzare «percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati ad informare e a suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno di Mameli e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione, anche alla luce dell’evoluzione della storia europea».

Magari si poteva evitare di istituire per Legge un simile impegno, ma l’idea non è male. Purché – questo è il punto – non si utilizzi questa «riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento» per continuare a propagandare la storia dell’Unità d’Italia come plebiscito, come gioiosa ed applaudita passerella di garibaldini e compagni lungo la Penisola. Cosa totalmente inventata, come dimostra tutta una serie di eventi realmente accaduti durante il Risorgimento e tutt’altro che allegri.

Come la resistenza armata, durata sei mesi, di Federico II di Borbone. Di quei mesi molti testi scolastici riferiscono poco o nulla, ma vi furono scontri che costarono alle truppe borboniche qualcosa come 2.700 morti, 20.000 feriti e migliaia di dispersi. Un massacro dovuto – dicono gli storici – non già alla volontà del popolo italiano di unificarsi, come spesso si vuol far credere, bensì al comune rifiuto di un progetto politico che interessava, a quel tempo, appena il 2% della popolazione. L’Unità d’Italia come idea estremamente elitaria, dunque, almeno all’inizio. I plebisciti di cui, in proposito, tanti libri scolatici parlano sono pertanto colossali frottole. Ma cominciamo dal principio.

Tutto ebbe inizio nell’incontro segreto che, nel 1858, ebbero a Plombières Camillo Benso di Cavour e Napoleone III. Cavour portò con sé tre foglietti di memorie sulle questioni più urgenti da affrontare; principalmente, questioni di guerre d’annessione. L’idea allora discussa, in estrema sintesi, era quella della futura tripartizione, sulla scia del modello germanico, dell’Italia: Alta Italia, Regno dell’Italia centrale e Regno di Napoli e Roma. Un’idea piuttosto interessante anche se, come sappiamo, rispetto a quelle iniziali intese le cose poi andarono molto diversamente.

Ma l’aspetto più inquietante, in tutto questo, fu l’atteggiamento del governo italiano o aspirante tale, disposto a cedere pezzi del proprio territorio – Nizza e Savoia – alla Francia, e a patrocinare matrimoni combinati – quello della figlia di Vittorio Emanuele II col cugino di Napoleone II – pur di farsi sostenere nel proprio progetto bellico; progetto contrassegnato da episodi di gravità inaudita. Come quando, nell’ottobre 1860, la guerra d’invasione del Mezzogiorno e della conquista del Regno delle Due Sicilie iniziò senza nemmeno una dichiarazione formale,  calpestando in pieno il diritto internazionale,

Il peggio, tuttavia, fu riservato alla Chiesa. E non fu un caso. Sin dal 1848, infatti, all’indomani dell’approvazione dello Statuto di Carlo Alberto, Parlamento e governo subalpino si mobilitano per ostacolare la vita ai gesuiti e agli ordini religiosi. Fanno testo, a questo riguardo, gli interventi del deputato Cesare Leopoldo Bixio, dichiarato anticlericale. Risultato: il ’48 si concluse col domicilio coatto imposto ai gesuiti e con la conversione dei loro collegi che diventarono caserme, ospedali, manicomi. E quello non fu l’inizio di una persecuzione che sarebbe durata molti anni. Toccò infatti a Cavour, pochi anni dopo, attaccare le festività religiose, a suoi dire troppo numerose.

E solo quattro anni più tardi fu presentato in Parlamento un progetto di legge per privare di personalità giuridica gli ordini contemplativi e mendicanti. Una disposizione che coinvolse 335 case per un totale di 5.489 persone, che si ritrovarono – apparentemente senza una motivazione – bersagliati da una legge che tolse loro le proprietà donate dai fedeli, archivi e biblioteche. E pensare che ancora oggi molti considerano Cavour un liberale. Con ogni probabilità senza sapere che proibì la circolazione delle encicliche di Pio IX. Chi avesse dubbi non dovrebbe fare altro che consultare quello che era il Codice penale piemontese che, all’articolo 269, puniva «severamente i sacerdoti pei peccati di parole, d’opere e di omissioni» contro il dogma liberale. Alla faccia del liberalismo.

Ma il personaggio che, nella memoria collettiva, gode più immeritatamente di onore e gloria è lui, Giuseppe Garibaldi. Anticlericale d’assalto, noto massone, corsaro, trafficante di schiavi, ambientalista ante-litteram nonché esempio per Mussolini – che riconobbe in lui il primo dittatore d’Italia -, Garibaldi gode ancora di una fama dorata. Eppure ebbe una vita tormentata al punto che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour chiamò ben quattro scrittori tra cui Alexander Dumas. Lo stesso sbarco dei Mille a Marsala fu una farsa, perché non sarebbe mai stato possibile senza il favore di due navi inglesi, “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, lì ormeggiate.

Del resto, fu lo stesso Vittorio Emanuele II a ritenere Garibaldi un pericoloso criminale. Sentiamo cosa scrisse di lui a Cavour dopo lo storico “incontro di Teano”: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi […] questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete […] Il suo talento militare è modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie».

Ovviamente, il cosiddetto ”eroe dei due mondi” odiava a morte il Papa, che arrivò a definire «un metro cubo di letame». E provò, con un sonoro fallimento, ad invadere Roma. Era il settembre del 1867 e, alla guida di ottomila uomini, dopo aver espugnato Monterotondo, Garibaldi era al ponte Nomentano dove, raggiunto dalla notizia dell’arrivo di un corpo di spedizione francese, se la fece sotto e fece dietro-front. Lo scontro, tuttavia, ci fu. Avvenne a Mentana e fu una catastrofe: ben 1.600 garibaldini furono fatti prigionieri ed entrarono a Roma coi francesi, acclamati dalla città come eroi e vincitori.

Un episodio, questo, che la disse lunga sulla volontà dei romani di diventare italiani. Non per nulla Hübner, ambasciatore austriaco fresco di nomina, in una lettera del 5 ottobre 1867 scrisse: «I giornali italiani, moderati e rivoluzionari, mentono sfrontatamente quando parlando d’insurrezione e di insorti negli Stati del Papa. Non si vede l’ombra di un movimento. Non una città, non un villaggio si è mosso». Esistono fondate ragioni per supporre che anche i veneti ed i lombardi, in realtà, fossero desiderosi di diventare subito italiani visto e considerato che, già a quel tempo, rappresentavano un’area economicamente produttiva.

Per non parlare del Meridione. Il Regno delle Due Sicilie in campo economico era al primo posto in Italia e al terzo in Europa e disponeva di una eccellente marina mercantile. La Campania, poi, era addirittura la regione più industrializzata d’Europa: poteva vantare l’Opificio di Pietrarsa – dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari – e cantieri navali all’avanguardia e perennemente sommersi di ordinazioni.

Ma torniamo alla conquista di Roma. Che non fu affatto una pagina allegra: i bersaglieri entrarono nella Città Eterna con una cannonata, e ci furono 49 morti italiani e 19 papalini. Chi dunque pensa la Breccia di Porta Pia una marcia felice sappia che ha in mente un’immagine falsa. Come falsa è l’ormai celebre fotografia – presente in tutti i sussidiari delle elementari – che immortala i bersaglieri col fucile spianato intenti ad entrare a Roma. Fu scattata il giorno dopo, il 21 settembre, coi bersaglieri in posa propagandistica.

Beninteso: con queste rapide e per forza di cose imprecise incursioni storiche, non si ha certo la pretesa – né tanto meno l’intenzione – di infangare l’Italia. Tuttavia, se si considerano gli episodi sopra richiamati, forse si capiscono meglio le ragioni dell’odierna difficoltà, per gli italiani, di sentirsi nazione. Per questo sarebbe bello che nella «riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento» che verrà proposta agli studenti italiani venisse racconta tutta, e senza censure, la vera storia dell’Unità d’Italia. Così che i nostri giovani possano capire meglio l’origine di tante nostre contraddizioni e possano a loro volta, crescendo, aiutarci a superarle.

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