Matteo Renzi gira senza orologio. Ha le giornate piene e il camper sempre acceso, ma non ha paura di fare tardi. Non ha neppure fretta  di conquistare consenso, no, molto di più: ha voglia di farlo. Subito. Anzi adesso, come direbbe lui. Crede molto nei propri mezzi ed è aiutato da un’immagine totalmente nuova, almeno per gli standard italiani; forte di un lessico intergenerazionale – spazia da «smanettone» a «femminicidio», da «tradizione» a «gap», da «Piccolo mondo antico» a  «facebook» – il suo è un look da Dylan Dog con la cravatta e l’atteggiamento quello brillante di chi sa fare autoironia.

Non per nulla il primo dei video con i quali ieri, a Trento, ha intervallato il suo show mostrava Maurizio Crozza nel tentativo di sfotterlo, pardon di imitarlo. Ma Renzi, evidentemente, non teme critiche. Teme altro. Probabilmente teme di perdere le primarie. Anche se il carico di novità che si porta addosso è tale che non vincesse non sarebbe lui a perdere le primarie: sarebbero le primarie a perdere lui. In questo senso il sindaco di Firenze rappresenta un’opportunità non solo per il Partito democratico ma per l’intera politica; per quella politica che non può finire nelle mani di un comico ma non può neppure rimanere in quelle di un tecnico. Per quella politica che per riscattarsi, c’è poco da fare, ha bisogno di un politico. E Renzi questo è: un politico.

Talentuoso o montato, su questo si può discutere, ma senz’altro è un politico. Di ultima generazione e proprio per questo – un po’ come il Cavaliere – in grado di parlare con chiunque, dal contadino a Giorgio Armani. Senza barriere. E forse la forza di questo padre di famiglia con tre figli e una gran carica dentro sta proprio qui: nel non avere perimetri, recinti, pregiudizi. Nel non attaccare Berlusconi e nel citare Chesterton, nel voler diventare leader di uno schieramento, il centro-sinistra, che in un’ora e passa – forse per non porsi limiti – non ha mai nominato. Nel sapersi porre con immediatezza, nell’essere pratico ma non cinico, diretto ma non scontato.

Quanto al programma che tanti gli rimproverano di non avere, ammetto che come cattolico le uniche ma insuperabili perplessità riguardano il passaggio, dove – oltre ad un «rivedere la fecondazione assistita in linea con l’Europa» che rende l’idea ma sembra scritto da E.T. –  si parla d’«introdurre la civil partnership per le coppie dello stesso sesso» e il «registro delle coppie di fatto», propositi non esattamente in linea col Magistero della Chiesa e con i valori “non negoziabili”.

Anche se di questi temi, a dire il vero, ieri Renzi non ha parlato minimamente. Neppure un accenno. Forse perché non li considera prioritari (stazionano al penultimo dei 13 punti dell’opuscolo distribuito dai Renzi boys) o forse perché sa che potrebbero dividere. Mentre lui, il rottamatore che ricorda Obama e parla come Steve Jobs, ha in mente tutt’altro. Lui che gira senza orologio ma non vede l’ora di vincere. Adesso.