E se nel giugno del ’46 fossimo stati gabbati? Se gli italiani fossero sempre stati monarchici e la repubblica fosse abusiva? Hanno un sapore vagamente sovversivo, le domande che suscita la lettura di Elogio della monarchia, saggio di Domenico Fisichella edito qualche anno fa da Vallecchi. Poche pagine nelle quali s’addensano riflessioni sicuramente impopolari, ma non per questo superflue o scontate, anzi.

L’Autore sa bene che riproporre il tema della monarchia significa provocare, sfidare gli idola tribus, ed è proprio per questo, in fondo, che scrive: per contrastare l’atrofia del pensiero, per scoraggiare il culto irrazionale della democrazia. Se per secoli, millenni la monarchia ha funzionato – dice Fisichella – qualcosa vorrà pur dire; ci sarà pur qualche oggettiva qualità, in questa forma di governo.

Anzitutto, si fa notare come il monarca, a differenza di ogni politico eletto, sia davvero “super partes” in quanto libero simultaneamente dalla necessità di piacere all’elettorato e dalla preoccupazione di tenere aggregate a tutti i costi le forze parlamentari; non è poco se si pensa che, molto spesso, riforme e provvedimenti necessari non vengono varati proprio a causa di attriti partitici e di divergenze intestine alle coalizioni. La monarchia, inoltre, «rende visibile e simboleggia la sovranità, proprietà ineludibile della politicità. La monarchia coniuga le prestazioni della pluralità e i vantaggi dell’unità, indispensabili per l’esercizio insieme coerente ed efficiente della sovranità. Correlativamente, evita la perversione del pluralismo, cioè la polverizzazione decisionale e rappresentativa, in pari tempo evita l’ipertrofia monocratica» (p.65) .

A questo punto si può ribattere che la monarchia potrebbe rivelarsi l’anticamera della tirannia. Obiezione sensata, ma che non tiene in considerazione diversi elementi. In primo luogo che i totalitarismi, libri di storia alla mano, si sono realizzati in concomitanza non con l’avvento, bensì col declino monarchico. Fu così in Germania negli anni ’30 del secolo ventesimo, quando l’Imperatore era stato esiliato poco più di dieci anni prima; fu così anche nel ’17 in Russia, dove il Sovrano fu arrestato e trasferito in Siberia. Ancora più evidente, infine, fu il precedente caso francese: decapitata, anche fisicamente, la monarchia, i sostenitori della rivoluzione fecero sì che si verificassero, in successione, il Grande Terrore, la dittatura del Direttorio e poi l’impero di Napoleone. Tutto, insomma, tranne che “liberté, égalité, fraternité”.

Un altro elemento da tenere presente è l’effettiva prossimità tra il sistema democratico e quello monarchico. A soccorrerci, qui, è uno studioso poco noto ai più, ma d’immenso spessore: Gaetano Mosca. Il quale, nel suo La classe politica (Laterza 1994), annota: «Anche negli stati nei quali prevale il principio liberale troviamo due strati della classe dirigente, il primo molto piccolo, il secondo molto più largo e profondo […] il sistema elettivo non esclude infatti che si formino dei gruppi più o meno chiusi, i quali si contendono le cariche più elevate dello stato e fanno capo ciascuno ad un pretendente alla carica più elevata […] gruppi che corrispondono alle camarille di Corte» (p. 205). Parole che ci fanno comprendere come spesso, in definitiva, la democrazia altro non sia che un’oligarchia, dove non di rado primeggiano totali incompetenti.

Mentre, infatti, chi nasce predestinato a guidare un Paese, come un principe, verrà introdotto sin da piccolo alla conoscenza dell’amministrazione della cosa pubblica, in parlamento di  frequente approdano personaggi totalmente privi di ogni virtù, eccettuata probabilmente l’astuzia con la quale hanno ottenuto la poltrona. Non a caso, come ricorda Hannah Arendt, i Greci dell’antichità – che erano tutto fuorché sprovveduti – «sapevano per esperienza personale che un tiranno ragionevole (quello che noi chiamiamo un despota illuminato) era di grande vantaggio per il puro benessere della città e per la fioritura delle arti materiali e intellettuali» (Che cos’è la politica? Einaudi 2001, p. 31). Manco a dirlo, le attuali monarchie europee – dalla Svezia all’Inghilterra – godono rispetto ad altri Paesi della fama di nazioni libere, presentabili e capaci di tenere alto il proprio nome.

Viceversa, le democrazie non di rado, come dicevamo poc’anzi, finiscono governate da inetti che, servendosi della demagogia, possono tramutarsi in tiranni. Come questo possa accadere lo spiegò, millenni fa, già Platone: «Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, si trova ad avere capo dei coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei suoi più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni» (La Repubblica, libro VIII). Nonostante il numero ridotto di pagine, sarebbero ancora molti gli spunti di riflessione che il saggio di Fisichella propone.

Ma il pregio più interessante del suo Elogio della monarchia, in fondo, non sta tanto nella lode al regime monarchico, bensì dalla messa in guardia, come dicevamo all’inizio, dal culto democratico. Un culto pericoloso, che anestetizza il senso critico e che porta a credere che il suffragio universale sia, da solo, uno scudo efficace contro la dittatura. Mentre invece è proprio nelle “democrazie normali” che i poteri forti e invisibili prosperano maggiormente a scapito dei cittadini, che dormono sonni tranquilli. Senza immaginarsi ciò che accade nel Palazzo che si sono voluti. E che hanno eletto, ironia della sorte, proprio per evitare il ritorno del temuto Tiranno.