Aborti in calo? Non è detto. Grazie alla 194? No di certo. Questo, in sintesi, è quanto emerge dalle 42 pagine della “Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/78)” [1]. Pagine che, da un lato, affermando che nel «2011 sono state effettuate 109.538 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 5,6% rispetto al dato definitivo del 2010 (115.981 casi)» (p. 2) e, d’altro lato,  chiariscono che il «rapporto di abortività (numero delle IVG per 1.000 nati vivi) è risultato pari a 202,5 per 1.000 con un decremento del 2,8% rispetto al 2010 (208,3 per 1.000)» (p. 3).

Tutto bene allora? Non proprio. Anzitutto perché non si fa alcun accenno, nel conteggio degli aborti, a quelli possibili in conseguenza all’utilizzo della cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Che può essere abortiva, come dimostra il fatto che la prima autorizzazione ministeriale per sua la commercializzazione venne annullata dal TAR Lazio (sent. n. 8465 del 12/10/2001)[2] per omessa indicazione, sul foglietto illustrativo, di tale effetto.

A tal proposito ricordiamo (dati 2008) che in Italia si vendono 380.000 confezioni di Norlevo e – dato che anche se non ha senso assumere la “pillola del giorno dopo” nei periodi di infecondità, è difficile immaginare che chi la usa faccia il calcolo dei giorni fertili –  possiamo considerare, detraendo i giorni delle mestruazioni, che nell’arco di un ciclo vene ne siano 24 nei quali il consumo di dette confezioni avvenga.

Ne consegue, dato che i giorni fertili nei quali è possibile il concepimento sono 5, che in questi 5 giorni – che sono circa un quinto di quelli in cui si ricorre al Norlevo –  lungo l’anno vengano assunte circa 76.000 “pillole del giorno dopo”. Assai probabile, dunque, che ogni anno, previa assunzione della “pillola del giorno dopo”, diverse centinaia anzi migliaia di aborti “invisibili” si verifichino. Ma di tutto questo nella “Relazione del Ministro della Salute”, curiosamente, non si parla.

Esattamente come non si parla, con buona pace di quanti credono nei presunti effetti miracolosi della Legge 194, di come la normativa italiana possa aver ridotto gli aborti. E non se ne parla – posto che il fenomeno della riduzione degli aborti è molto meno scontato, come abbiamo visto, di come lo si vende – per una semplice ragione: perché è impossibile che la Legge sia all’origine di questa riduzione. Infatti, come la stessa “Relazione” afferma «il ricorso al Consultorio familiare per la documentazione/certificazione rimane ancora basso (40,4%)» (p. 6).

Come spiegare allora la pur discutibile diminuzione degli aborti? Anche perché si tratta di un caso pressoché unico nei Paesi industrializzati. Che la 194/’78 sia la Legge migliore del mondo? E perché? In base a quali sue misure o provvedimenti? Nessuno – chissà come mai – si è mai misurato a fondo con questi interrogativi. Possiamo concludere – sulla scorta della lezione di David Hume (1711-1776), che ha rammentato come post hoc non implichi propter hoc – che è quindi quanto meno azzardato supporre che l’entrata in vigore della Legge 194/’78 abbia determinato la festeggiata riduzione degli aborti.

Molto più verosimile è il ritenere che la riduzione del numero di aborti sia determinata da una serie di concause, prima fra tutte il calo della fertilità tra le donne italiane, che dice come, mentre nel 1985 le donne italiane avevano in media 2,7 figli a testa, oggi ne abbiano 1,2 ciascuna. Meno figli perché meno gravidanze e meno gravidanze, ovviamente, vuol dire meno aborti.

Oltre a ciò, si consideri l’encomiabile lavoro del volontariato pro-life, che ogni anno strappa all’aborto un gran numero di bambini, e il quadro è completo. Un quadro che non registra i presunti benefici effetti dalla Legge 194 e che, invece, fa emergere due dati: il calo degli aborti, se c’è, non è così stellare come lo si dipinge, e poi rimangono comunque (almeno) 115.981 aborti procurati all’anno. 115.981 ottimi motivi per capire che non c’è nulla, ma proprio nulla da festeggiare.

[1] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1824_allegato.pdf; [2] Interessante il punto della sentenza dove si parla della «non veridicità della qualificazione del prodotto come “contraccettivo di emergenza” » e dell’«omissione di ogni adeguata informazione della donna sull’idoneità del farmaco ad impedire l’impianto dell’ovulo fecondato».