Se fosse stato un giocatore di calcio, Socrate sarebbe stato un centrocampista di razza, di quelli con ottimi polmoni, sempre pronti al contropiede. Non si spiegherebbe, diversamente, la straordinaria abilità con la quale, ventiquattro secoli fa, ha approfittato della propria arringa difensiva in un processo per inaugurarne un altro, di processo: quello contro non le prove, bensì il pensiero dell’accusa. Dalla difesa all’attacco, in perfetto contropiede. Del resto, questo figlio di «levatrice famosa e abile» [1], il gusto di stupire ce l’aveva nel sangue.

Come quando andava a caccia di presunti sapienti che smascherava in botta e risposta spiazzanti, che avevano come «risultato più caratteristico» quello di lasciare gli interlocutori, da tronfi che erano, nella «confusione» [2]. O di farli direttamente arrabbiare. Anche se non era questo – non primariamente, almeno – lo scopo delle incursioni socratiche nell’area mentale avversaria.

Lo conferma Apologia di Socrate, «il testo platonico che più fedelmente presenta il Socrate storico» [3], nel quale l’accusato passa sì al contrattacco ma senza puntare il dito contro qualcuno, bensì contestando, più in generale, un certo modo di pensare. Non a caso la prima accusa che muove ai Sofisti, come nota Schoepflin, è quella «di non essere autenticamente al servizio della verità» [4]. Verità che al grande pensatore doveva stare parecchio a cuore, a giudicare dalla frequenza con la quale, nella sua difesa, fa riferimento, appunto, alla «verità» e al «vero»: 30 volte in poche pagine [5]. Tutt’altro che un relativista, dunque. Ma torniamo ora alle giocate del centrocampista filosofo.

Nel resoconto platonico della sua arringa al processo – che ho riletto con piacere in questi giorni – vi sono molteplici spunti che definire attuali è dire niente, in particolare sul versante educativo. Socrate infatti, giustamente ritenuto «il primo grande educatore» nonché «il più antico terapeuta della mente» [6], condensa nel suo intervento insegnamenti di capitale importanza. Primo fra tutti la bellezza dell’amore, sentimento stupendo e pure conveniente perché «se rendo malvagio uno che mi frequenta» non solo non ottengo nulla, ma rischio, a mia volta, di essere poi «trattato male»[7].

Decisamente alto è poi l’invito socratico all’onestà, per cui ciascuno, «quando agisce», non dovrà porsi che un unico interrogativo: «se le sue azioni sono giuste o meno, e se le sue opere degne di un uomo nobile o ignobile» [8]. Ma il passaggio, anzi i passaggi più toccanti rimangono, a mio avviso, quelli nei quali il filosofo non solo non arretra dinnanzi ai principi che professa – tutti riassunti nella convinzione che «una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta» – ma li rivendica davanti ai giudici, chiarendo la sua non disponibilità a rinnegarli, «neanche se dovessi morire più d’una volta» [9].

Una mossa, questa, che costerà molto cara a Socrate. Infatti, mentre in un primo momento i giudici erano nettamente divisi sulla possibilità di condannarlo – 280 erano per il sì, mentre 220 erano contrari – dopo la sua provocatoria arringa, il contropiede appunto, la sua sorte fu irreparabilmente segnata: una maggioranza di ben 360 giudici si schierò per la condanna a morte. Il

punto è che l’imputato sapeva a che cosa andava incontro. Sapeva, cioè, che passando spavaldamente al contrattacco avrebbe scatenato reazioni a lui sconvenienti. Tuttavia non ebbe paura. E lo disse apertamente con l’ennesimo inno alla morale: «Della morte non mi importa – non vorrei essere troppo rude – proprio un bel niente: sopra ogni altra cosa, invece, m’importa di non compiere azioni ingiuste o empie»[10].

Oggi si direbbe che uno così se l’è cercata. Un po’ come il William Wallace del film Braveheart, incapace fino all’ultimo di ritrattare, di rinnegare i propri ideali. E in effetti è vero: andò proprio così. Socrate non seppe dichiararsi reo delle colpe – le «calunnie», le chiamava lui – per cui era sotto processo. La «più grave» delle quali – quella cioè che stava «alla base di tutte le altre»  – era di essere stato definito «un sapiente» [11]. Un’offesa che lui, che aveva dedicato la vita a smascherare i finti sapienti e che dunque sapiente non si sarebbe mai voluto definire, non poteva accettare. Piuttosto la cicuta, fece capire.

Anche se non si arrese, come abbiamo visto, prima di aver messo tutti coloro che di lì a poco lo avrebbero fatto condannare a morte, accusatori in primis, nella condizione di chi subisce un contropiede (oltre al proscioglimento, alla fine, chiese di essere «proclamato pubblico benefattore»[12]!) che mai si sarebbe aspettato. O forse sì. Dopotutto in campo c’era pur sempre lui, Socrate. Il più bravo di tutti.

Note

[1] Platone, Teeteo 149 a; [2] Santas G. X., Socrate. La filosofia dei dialoghi giovanili di Platone, Vita e Pensiero, Milano 2003, p. 10; [3] Premoli De Marchi P. Chi è il filosofo? Platone e la questione del dialogo mancante, Franco Angeli, Milano 2008, p. 336; [4] Introduzione all’Apologia di Socrate, Armando Editore, Roma 1995, p. 10; [5] Cfr. Platone, Apologia di Socrate – Critone, Rcs Libri, Milano 2012, pp. 3, 5, 9, 13, 15, 17, 21, 23, 35, 37, 39, 41, 45, 47, 51, 57, 69, 77 [6] Verdone L., Un brindisi con Socrate, Adea, Sesto ed Uniti 2007, p. 103; [7] Platone, Apologia di Socrate – Critone, p.29 [8] Ibidem, p. 37; [9] Ibidem, p. 43 [10] Ibidem, p. 49 [11] Cambiano G. – Mori M., Storia e antologia della filosofia, Editori Laterza, Roma-Bari 1999, p. 155; [12] Montanelli I., Storia dei Greci, Volume III, Bur, Milano 1959, p. 358.