Il problema non è l’Islam e non sono i musulmani. Il problema sono quanti – e non sono pochi – hanno bisogno di ambasciatori morti per ricordarsi che il fondamentalismo maomettano è vivo, quanti aspettano disordini come quelli in corso in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen per ammettere che sì, gli islamici spesso sono islamisti, e gli islamisti fondamentalisti, dunque intolleranti, violenti e tutto il resto. Il problema sono quelli che fingono di non sapere che dopo la “primavera araba” sta arrivando l’estate dei Fratelli Musulmani, movimento il cui ideologo, quel simpaticone e moderato di Sayyid Qutb (1906-1966), sosteneva che «l’Islam è chiamato per necessità al combattimento se vuole assumere la guida del genere umano. Essere musulmano significa essere un guerriero, una comunità di credenti perennemente in armi». Il problema sono coloro che da un lato, giustamente, ricordano che terroristi e relativi fiancheggiatori non superano lo 0,01% dei fedeli islamici, ma d’altro lato, colpevolmente, sorvolano sul fatto che «il grosso del mondo musulmano è costituito dai “conservatori” (oltre un miliardo di fedeli) […] molto distanti su questioni basilari come i diritti delle donne, la libertà religiosa, la poligamia» (Introvigne M. Islam, che sta succedendo?, Sugarco 2011, p. 19). Il problema sono poi i cattolici che, anziché simpatizzare per San Francesco – il quale quando fu al cospetto di un sultano lo affrontò senza mezzi termini tentando di convertirlo e ricordandogli le colpe dei musulmani («Perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete») – simpatizzano per i laici burocrati di Bruxelles, città che conta 77 moschee e dove da cinque anni il nome più diffuso tra i neonati è Mohammed. Il problema insomma non è lo scontro, ma l’autoscontro di civiltà.