E’ proprio vero: più di mille romanzi e meglio di qualsiasi capolavoro, è la realtà a raccontare la profondità dei sentimenti e la loro capacità di sopravvivere al tempo. Gli “amanti di Valdaro” – due scheletri risalenti al Neolitico ritrovati vicino a Mantova, in una necropoli scoperta nel 2007 – ne sono una stupenda dimostrazione. Si tratta dei resti di due esseri umani, precisamente due giovani, un uomo e una donna, fra i 18 e i 20 anni, rimasti nella posizione in cui si trovano ora per 6.000 anni. Come mai? Quale la ragione di quel plurimillenario abbraccio? Dalle analisi, che non hanno rilevato fratture o microtraumi, si è potuta escludere l’eventualità di un omicidio. Pare poco probabile, anche se non impossibile, che i due giovani siano morti di freddo, mentre sembra più verosimile – pur non essendo certo – che i cadaveri siano stati composti in quella posizione post mortem.

Sia come sia, gli “amanti di Valdaro” certamente si amavano: diversamente non sarebbero morti in quella posizione, né sarebbero stati messi così dopo il decesso. Si amavano molto. E ancora oggi, millenni dopo, a noi tocca lo spettacolo di quell’abbraccio, di quel tenero stringersi, di quegli sguardi che non si sono mai stancati di inseguirsi, pur essendo a pochissimi centimetri l’uno dall’altro. Non sappiamo i loro nomi, le loro storie, né risulta che abbiano lasciato degli scritti o dei poemi. Eppure quei due amanti, con il loro eterno abbraccio, ci offrono la lezione più grande che gli uomini possano dare ad altri uomini; la sola che resta anche dopo e che meriti, in ogni tempo, di essere ripetuta. E di essere attraversata fino in fondo, senz’alcuna certezza se non quella – semplice e tenerissima – di viverla in due.