I fatti noti, fino a ieri, erano questi: a Trapani, giorni fa, una donna incinta di nove mesi è stata dapprima colpita alla testa e poi bruciata. Un omicidio terribile per il quale gli inquirenti, da subito, hanno indirizzato i loro sospetti nei confronti del marito della vittima e della sua amante. I due sono stati fermati con un’ordinanza di custodia cautelare. Alla quale – questa è notizia di ieri [1]- ne è seguita una seconda, dal momento che gli indagati sono accusati anche, in concorso, d’aver cagionato la morte del feto in prossimità del parto. Una «nuova contestazione – ha spiegato il procuratore capo di Trapani – regolamentata dall’articolo 18 della legge sull’aborto» [2].

A questo punto sono d’obbligo due riflessioni, la prima riguardante la contraddizione della mentalità abortista e la seconda concernente la contraddittorietà dalla Legge 194.

Cominciamo con la prima, e cioè con la nuova accusa mossa ai due indagati dell’omicidio di Trapani, quella d’aver cagionato una «interruzione della gravidanza senza il consenso della donna», reato «punito con la reclusione da quattro a otto anni» [3]. Fatto, questo, che ci pone davanti ad una domanda: come mai chi provoca un aborto «senza il consenso della donna» rischia la galera? Per aver “solo” violato la volontà della donna? O forse perché provocare un aborto significa, evidentemente, eliminare una vita umana?
La «reclusione da quattro a otto anni», pur essendo certamente pena ben diversa da quella riservata all’omicidio volontario e premeditato (punito con l’ergastolo[4]), è comunque un elemento che dovrebbe far riflettere il mondo abortista, sovente incline a ritenere il bambino non ancora nato non già come essere umano, bensì – per usare le parole di Dacia Maraini – alla stregua d’un «intruso che vuole accampare diritti», un «prepotente che pretende di vivere» a spese della madre [5]. Ipotesi del tutto fuori luogo, dal momento che non si spiegherebbe come mai la liberazione – ancorché involontaria – di un «intruso che vuole accampare diritti» possa costare fino ad otto anni di galera, pena importante e che non è assimilabile a quella prevista per il reato di lesioni, che infatti è al massimo di 3 anni [6].

Forse è il caso che gli abortisti inizino ad avviare una seria riflessione, se non altro perché questa è l’impostazione della 194, la Legge che tanto osannano e giurano di voler proteggere.
Ed è proprio a partire dall’impostazione di fondo della 194 che passiamo ora alla nostra seconda riflessione, più “giuridica” ma strettamente correlata alla precedente. Una riflessione che poggia su un interrogativo: come mai la legge, che «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio», sanziona chi provoca un aborto «senza il consenso della donna» con reclusione fino ad 8 anni e non con l’ergastolo? Abbiamo visto che la pena fino ad 8 anni di reclusione è più del doppio di quella prevista per il reato di lesioni; eppure, a sua volta, è assai ridotta rispetto a quella prevista per l’omicidio, che è l’ergastolo.

Di qui il dubbio – ma è ben più di un dubbio – che in fondo la 194/’78 sia una legge profondamente contraddittoria, che in realtà non «tutela la vita umana dal suo inizio» [7], come peraltro dimostra la scarsissima, per non dire inesistente, azione di prevenzione dell’aborto volontario che si svolge nei consultori pubblici, che pure avrebbero – sempre secondo la legge – «il compito in ogni caso […] di esaminare con la donna […] le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto» [8].
Ne consegue che l’omicidio di Trapani rimarrà sempre – a prescindere da chi sarà riconosciuto come il suo autore – omicidio, pur essendo de facto un duplice omicidio. Ne consegue soprattutto che questa orribile vicenda evidenzia, come abbiamo visto, una duplice contraddizione: quella del mondo abortista militante, che considera il nascituro «intruso che vuole accampare diritti» ma difende una legge che prevede la reclusione per chi provvede a liberare, ancorché senza il suo permesso, la donna da detto «intruso»; e quella di una Legge, la 194, che afferma di tutelare la vita umana «la vita umana dal suo inizio» salvo poi: a) non prevedere una pena per chi, eliminando una «vita umana», commette omicidio; b) non prevedere, nel concreto, alcuna forma di verifica sull’effettiva tutela della vita umana nascente.

[1]http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/notizie/cronaca/2012/14-luglio-2012/delitto-trapani-marito-amante-dellavittima-accusati-anche-uccisione-feto-2011010525757.shtml;[2]Ibidem; [3] art. 18, Legge 194/’78; [4] Cfr. artt. 575 e 577 C.P.; [5] Maraini D. Un clandestino a bordo, Rizzoli, Milano 1996, p. 14; [6] Cfr. art. 582 C.P.; [7] art. 1, Legge 194/’78; [8] art. 8, Legge 194/’78.