Dato che ritengo scorretto, oltre che pericoloso, ignorare le ragioni di chi ha un pensiero altro dal mio, mi immergo con frequenza nella lettura di testi di autori distanti dai miei riferimenti

culturali. Un modo come un altro per mettermi in discussione e, soprattutto, per sperimentare, per sbirciare la realtà da nuovi punti di vista. E’ con questo spirito che ho divorato La vita dell’altro (Marco editore, 2006), raccolta di scritti di bioetica del filosofo Gianni Vattimo; volevo saperne di più su quella “bioetica laica” che, secondo Fornero, è contraddistinta dal rifiuto preventivo dell’idea «teologico-metafisica di un “piano divino del mondo”» (Bioetica cattolica e bioetica laica, 2005, p.72).

Vada per Vattimo, mi sono dunque detto. Ci credete? Duecento pagine tra le più deludenti che abbia mai letto: cercavo la “bioetica laica” ma non ho trovato nemmeno la bioetica. Al suo posto, una rassegna di inquietanti auspici. Eccovene una sintesi. Partendo dal tema dell’aborto, affrontato con imbarazzante superficialità («Gli abortisti non impongono […] a nessuno di abortire» (p.49): ci mancherebbe anche questo!), la riflessione di Vattimo si sviluppa presto in un macabro inno alla morte («Il suicidio assistito […] è una importante conquista di civiltà» (p.67)), quindi in un’apertura alla clonazione («Clonarsi? Parliamone» (p.70)).

Un’ipotesi, quella di fabbricare esseri umani, che non spaventa affatto l’allievo di Pareyson. Il quale riesce a tranquillizzarsi persino davanti all’ipotesi che degli uomini, un domani, possano essere creati come schiavi da sfruttare («Produrremo forse una nuova razza di schiavi? Speriamo solo che, se nasceranno, anche in laboratorio, abbiano un giorno la forza di ribellarsi» (p. 71)). E l’utero in affitto? Anche questa pratica umiliante nei confronti della donna, ridotta a recipiente da laboratorio, andrebbe – a detta dell’illustre pensatore – guardata con meno rigidità («Al posto di proibizioni assolute pronunciate in nome di una presunta legge naturale, bisognerebbe provare a elaborare soluzioni ragionevoli» (p.74)).

Immancabili, poi, gli inni alla legalizzazione della prostituzione («Si tratta di capire se si vuole ridurre il danno sociale oppure applicare a tutti i costi una legge […] una effettiva protezione delle prostitute da parte dei poteri pubblici comporterebbe anche, com’è ovvio, la pratica libertà di uscire al giro» (pp. 112-113)) e delle droghe, sulle quali Vattimo ha quanto meno l’onestà di non distinguere le “leggere” dalle “pesanti” («Si rinuncia […] a prendere in considerazione il conto dei vantaggi che si potrebbero realizzare con la legalizzazione […] vantaggi globali che si possono realizzare con la legalizzazione» (pp.161-162)).

Il libro si chiude con riflessioni sull’ateismo che, però, sul versante pratico, lasciano intatta la domanda iniziale: che ne è della “bioetica laica”? Le pur argomentate riflessioni del filosofo torinese, come abbiamo visto, si diluiscono in duecento pagine per dire, in sostanza, sì all’aborto, alla fecondazione assistita, all’eutanasia, al suicidio assistito, alla clonazione, alla droga di Stato e alla prostituzione legale; vale a dire sì a qualunque pratica. A qualunque possibile aberrazione. Essere laici significa dunque assentire a prescindere? La bioetica laica esiste davvero oppure è l’ultimo travestimento della permissività più sfrenata? Le riflessioni di Gianni Vattimo sembrano confermare questa seconda ipotesi; e non solo le sue, purtroppo. La ricerca della bioetica laica, a questo punto, non può dirsi soddisfatta e appare destinata a continuare. Alla prossima lettura.