Promessa è una parola solenne, ambiziosa, quasi proibita. Da tempo la si utilizza per lo più in due occasioni: alla fine di un incontro fra amici o all’inizio di una campagna elettorale, quando si tratta di dare o di chiedere fiducia. Talvolta “promessa” è anche parola di vendetta, in qualche caso di menzogna. Anche per questo ultimamente viene rimpiazzata da espressioni più leggere: «vediamo», «farò il possibile», «non ti assicuro niente». E’ come se le promesse facessero paura. E forse, in effetti, un po’ spaventano perché non ci chiedono di essere coraggiosi e neppure di essere abili più di altri: ci chiedono di essere uomini. Ed essere uomini, oggi, non è affatto semplice; per fortuna non siamo soli e qualcuno ce lo insegna. Quasi sempre provvedono i genitori, che crescendoci ci dimostrano e ci promettono – anche senza dirlo – un amore talmente bello da essere incomprensibile. E sappiamo che anche quando il tempo ci impedirà di rivederli, la loro promessa verso di noi sarà ancora lì, al suo posto, viva e presente. Il problema è che le promesse, spesso, non vengono mantenute. Per questo chi le riceve tende sempre più a verificare la data di scadenza, a controllare che non siano avariate. Eppure dentro di noi sappiamo che a tutto è possibile rinunciare, fuorché ad una promessa. Consapevoli del rischio, speriamo infatti che prima o poi qualcuno prometta di esserci sempre, «nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia». E non conta dove o quando, l’importante è sapere che verrà, anche per noi, l’ora del sollievo, un momento per liberare ogni tensione e scoprire che non abbiamo atteso invano, che tutta quella serenità esiste davvero e che non era solo una promessa.

Giuliano Guzzo

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