La bomba la sgancia Repubblica, che oggi a pagina 10 titola: «”E’ tempo di un partito dei cattolici”. Così nella Chiesa si prepara la svolta». L’articolo, firmato da Paolo Rodari, riferisce di un nuovo progetto politico – che sarebbe in fase avanzata – pronto a sbocciare con la benedizione della Cei per riorganizzare, afferma il vescovo emerito di Prato, mons. Gastone Simoni, «un rinnovato impegno dei cattolici nella politica italiana». «Noi proporremo qualcosa di nostro», specifica il prelato, «un’aggregazione che al Partito popolare di sturziana memoria faccia diretto riferimento». A suffragio dell’esplosivo annuncio, Rodari aggiunge che dalle ultime parole di monsignor Bassetti e da quelle del cardinale Parolin, segretario di Stato Vaticano, si evincerebbe che il nuovo partito cattolico è davvero nell’aria. Dunque questione, se non di giorni, al massimo di settimane.

Un’idea buona? Con tutto il rispetto, crediamo di no. Più precisamente, se davvero la notizia è fondata – e c’è da crederlo, Repubblica mica può pubblicare fake news, suvvia – oltre che non esattamente buona, l’idea è proprio disastrosa. Per tanti motivi. Almeno cinque. Primo, lo scenario politico attuale, quello scoppiettante e magmatico della Terza Repubblica: com’è possibile immaginare un nuovo soggetto partitico cattolico in un contesto simile, dove perfino un colosso organizzato sul territorio come il Pd è in crisi? Sarebbe folle. Secondo dato critico: il leader. Non è dato conoscere chi potrebbe essere, ed è un’incognita pesantissima. Infatti oggi i partiti dipendono anzitutto da una leadership carismatica e gli ultimi 20 anni, da Berlusconi a Renzi, da Grillo a Salvini, sono lì ad evidenziare proprio questo. La Cei ha qualche nome in mente?

Il solo leader cattolico di spessore in circolazione è Massimo Gandolfini, l’uomo dei Family Day, ma non pare affatto prossimo ad avventure come quella annunciata da Repubblica. Terzo, c’è un aspetto sociologico da considerare che vede il cattolicesimo sempre più secolarizzato ed evanescente: con simili premesse, un nuovo partito avrebbe dietro sé nostalgia più che numeri. Quarto, non va sottovalutata una componente strategica: benedicendo una sigla che rimediasse subito un flop, la Cei autocertificherebbe l’irrilevanza della Chiesa in italia. Ne vale la pena? Quinta ed ultima, una criticità ecclesiale: la Chiesa – non solo italiana – sta attraversando una stagione tempestosa. Una stagione dalla quale è opportuno riemergere a livello popolare prima che politico, spirituale infinitamente prima che elettorale. Prima di scelte avventate e autolesionistiche, allora pensiamoci anzi preghiamoci su.

Giuliano Guzzo

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