Dovevano essere il grande passo, la svolta, il Big Bang italiano dei diritti civili, e invece a un anno dalla loro introduzione le unioni civili si sono rivelate un flop totale, socialmente parlando roba da contagocce. «Niente corsa alle nozze gay», sono stati costretti a scrivere persino a Repubblica, segno che il tonfo progressista è davvero clamoroso. Come mai? Per quale motivo, adesso che possono farlo le migliaia di coppie di persone dello stesso rinunciano o snobbano, poco cambia, al loro sospirato “diritto di amarsi”? I paladini del progressismo diranno che la colpa è ancora della società italiana, che col proprio ritardo culturale riversa pregiudizi tali contro le famiglie arcobaleno da scoraggiarle dall’uscire allo scoperto. Ovviamente, quest’ipotesi è una colossale cretinata.

La realtà è che le unioni civili, approvate dal Parlamento per la gioia dei grandi intellettuali che il nostro Paese può vantare – da Maria Elena Boschi a Laura Pausini, da Roberto Saviano a Barbara D’Urso -, interessano poco alle coppie omosessuali per due ragioni. La prima è che i diritti “negati”, in realtà, erano già quasi tutti disponibili alle coppie di fatto anche omo, come provano pubblicazioni al di sopra di ogni sospetto, come Certi diritti che le coppie conviventi non sanno di avere (Nuovi Equilibri, 2012), agile volumetto scritto da autori tutti sostanzialmente favorevoli alle nozze gay. Il secondo motivo del flop delle nozze gay è che le nozze, alle coppie arcobaleno, interessano poco. Una scomoda verità che non solo era ampiamente prevista, ma risultava profetizzata da quasi dieci anni.

Bastava leggersi quanto affermava Gianni Rossi Barilli, giornalista, scrittore e militante gay, allorquando scriveva che «il numero delle coppie disposte ad impegnarsi per avere il riconoscimento legale è trascurabile» e che «il punto vero è che le unioni civili sono un obbiettivo formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell’identità gay e lesbica» (Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212). Chiaro? «Legittimazione dell’identità gay e lesbica»: la questione è tutta qui. E da questo punto di vista, i cattolici italiani – e in generale coloro che erano contrari alle nozze gay -, farebbero bene a non esultare per il tonfo statistico delle unioni civili, che comunque sia – anche se non sembra – sono state una vittoria indiscutibile del progressismo. Perché dico questo?

Provate oggi ad affermare che la vera famiglia è quella cosiddetta tradizionale, come fece il sottoscritto in un libro nel quale, peraltro, il flop delle unioni civili era ampiamente annunciato e motivato (cfr. Guzzo G. La famiglia è una sola, 2014, pp. 55-69); provate oggi a dire che a un bambino servono un padre e una madre; provate ad affermare tutto ciò: verrete – se vi va bene – accusati di essere squallidi omofobi, gentaglia che vorrebbe fare il lavaggio del cervello ai gay, se non spedirli direttamente nelle camere a gas. Verrete ridicolizzati ed esortati ad abbandonare il cattolicesimo retrivo, anche se la famiglia naturale era cosa apprezzata già dai non cristiani Aristotele («associazione istituita dalla natura», la definiva) e Cicerone («la prima forma di società»).

Dunque non è vero che le unioni civili hanno fallito. Per nulla. Anzi, a breve rischiamo di trovarci e adozioni omosessuali, se non l’utero in affitto, la cui realtà aberrante il progressismo già nega parlando soavamente di Gestazione Per Altri, per gli amici GPA, tre letterine che nessuno mai penserebbe possano celare la compravendita di bambini. Ne consegue come quanto sanno che non esiste alcuna contraddizione tra il doveroso rispetto alle persone con tendenze omosessuali e la difesa non della famiglia tradizionale, ma dell’unica vera famiglia, debbano restare in guardia. Perché i maggiordomi del Pensiero Unico che le unioni civili siano un flop se ne infischiano, e continueranno la loro avanzata finché qualcuno non oserà ricordare loro, chestertonianamente, che due più due fa quattro e che le foglie sono verdi d’estate.

Giuliano Guzzo

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