«La mia data limite per avere un figlio è quarantanni». Quando ho letto queste parole con cui Tiziano Ferro, in un’intervista, ha non solo ribadito di voler «avere» un figlio (una volta i figli di aspettavano, si cercavano, adesso si vogliono: anche questo dà da pensare), ma pure fissato una scadenza cronologica al desiderio, ho pensato che, dopotutto, anche lui ha un punto in comune coi difensori della famiglia: la consapevolezza del «limite». Che per Ferro è cronologico, mentre le per le persone di buon senso è antropologico, quando si tratta di commissionare un figlio, pagarlo e portarselo a casa per farlo crescere orfano benché abbia una madre. Si riuscirà mai a far capire al cantante tutto questo? Chissà. Sarebbe bello aprisse gli occhi da solo, possibilmente prima di realizzare un sogno tanto egoista come quello di chi, siccome ha i soldi, pensa di potersi comprare tutto, persino dei figli. Ma già sentirlo parlare di «limite», per quanto poco, rassicura. Qualche parola proibita, nel suo vocabolario omologato, è rimasta.

Giuliano Guzzo

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