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Come ultimo pensiero di quest’anno che se ne va – per qualcuno dopo essere volato, per altri dopo essere durato troppo a lungo –, vorrei spendere due parole su un concetto, che è anche un valore, a mio avviso molto sottovalutato ma centrale, direi fondamentale, nella vita di ciascuno e che sarebbe bello accompagnasse tutti nel 2016: la serenità. Di cosa si tratta? Secondo il Devoto-Oli serenità, prima della tranquillità interiore, è un termine che definisce «la condizione del cielo quand’è sgombro di nubi e del tempo quando il cielo è così» (Vocabolario della lingua italiana, Le Monnier 2008, p.2582). D’accordo, ma che cos’è «la condizione del cielo quand’è sgombro di nubi» se non la perfetta immagine della nostra pace, quando la tristezza finalmente non c’è più anche se la gioia piena, per certi versi, non c’è ancora?

Da questo punto di vista, la serenità appare com’è solitamente percepita, vale a dire la premessa ad una felicità più grande che però ancora non appaga del tutto; sarebbe tuttavia da superficiali non vedere come «la condizione del cielo quand’è sgombro di nubi» – più ancora della letizia, di fatto sempre breve e temporanea – possa in realtà essere qualcosa in più di quel che sembra. E la ragione la indica Luigi Pirandello (1867-1936) quando, in un suo romanzo, L’esclusa, scrive: «Un’ora breve di dolore c’impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non lascia traccia» (Tutti i romanzi, Vol. 1, Mondadori 1973, p.149). Ecco perché tendenzialmente la si sottovaluta: la serenità – più ancora della gioia piena, della cui transitorietà siamo in fondo consapevoli –  è come un cielo «sgombro di nubi» che rapidamente «passa e non lascia traccia».

Ma il motivo per cui «un giorno sereno passa e non lascia traccia» è da ricercarsi non tanto nella volatilità della serenità, quanto nel nostro erroneo ritenerla tappa intermedia; come se non ci fosse già nella serenità un dono di incommensurabile grandezza com’è l’occasione di assaporare il quotidiano e la compagnia di chi ci sta già accanto, senza proiettare continuamente nuove aspettative altrove, su un futuro radioso che magari, a Dio piacendo, si materializzerà pure ma che non ha il diritto di distrarci dal piacere di un cielo «sgombro di nubi», dono – osserva Schopenhauer (1788-1860) – a cui «nulla contribuisce meno della ricchezza e nulla più della salute». Per questo 2016 ormai alle porte, nei quali già tanti calorosamente – e sinceramente – vi augureranno tanta felicità io mi permetto, cari Amici, di augurarvi allora anzitutto serenità.

Perché giornate incantevoli non mancheranno, naturalmente; ma perdersi – o semplicemente non gustarsi appieno – «la condizione del cielo quand’è sgombro di nubi», sarebbe uno spreco rispetto a una vita la cui bellezza più che assente è spesso incompresa o sottovalutata. Così i giorni migliori rischiano davvero di trascorrere, come diceva Pirandello, senza purtroppo lasciare alcuna traccia. Ecco, io vi auguro che – in questo 2016 oramai alle porte e a cui tutti ora guardiamo con speranza – ogni giorno sereno trascorra non solo lasciando in voi una traccia, ma soprattutto lasciandovene memoria; in modo che, dovessero mai tornare le nubi, possiate, quando il cielo sarà nuovamente libero, essere in prima fila nella vostra vita, pronti a goderne appieno ogni istante tenendo per mano chi – per una ragione che le riassume tutte – era con voi anche sotto la pioggia.

giulianoguzzo.com

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