Pasolini

 

 

 

 

 

Caro Direttore, ho letto con particolare interesse il tuo articolo sulla questione del gender del quale condivido pienamente molti passaggi, mentre altri, confesso, mi lasciano un po’ perplesso. Iniziando con questi secondi, trovo poco utile precisare che «non esiste una “teoria gender”» mentre vi sono «filoni di studio socio-antropologico (gender studies) e singoli pensatori, soprattutto pensatrici di matrice femminista»; non perché la precisazione sia di per sé falsa ma perché, a mio avviso, fuorviante dal momento che pare depotenziare la gravità di una minaccia non cogliendo come il primo nucleo del “pensiero gender”, se così posso dire, non sia tanto il fatto che uno possa «essere ciò che sente» a prescindere dal proprio sesso biologico, quanto piuttosto l’inesistenza di una natura maschile e femminile che funge quasi da presupposto generale per gli studi di genere – dove viene brutalmente confinata nel versante genetico-anatomico -, e per la possibilità di cui parli, vale a dire quella di percepirsi indipendentemente, appunto, dalla propria natura, che sarebbe solo apparente.

Quanto all’inesistenza di una “teoria gender”, osservo che si tratta di dibattito quasi solo italiano: negli Stati Uniti, per esempio, denunciare come pretestuosamente inventato questo pensiero – che certamente ha le sue ramificazioni disciplinari, che però derivano tutte dalla comune idea dell’inesistenza della natura maschile e femminile – farebbe solo sorridere.Mi convince molto di più, tornando al tuo intervento, il collegamento che intelligentemente suggerisci tra il “pensiero gender” e lo scardinamento del limite per mano di Economia e Tecnica dinnanzi al quale, in effetti, molti, troppi ingenuamente sorvolano; allo stesso modo sottoscrivo quindi la convinzione per cui, senza l’irresponsabile atteggiamento anche di tanti cristiani, non saremmo a questo punto. Solo che sulle ragioni dell’irresponsabilità del mondo cattolico ci dividiamo: tu punti il dito con quanti vivono «pregando Dio la domenica e adorando Mammona negli altri sei giorni della settimana», io ho persino il timore che non sia Dio, che non sia Gesù Cristo, il protagonista di tante preghiere domenicali. In altre parole il successo del Nichilismo, a differenza tua, per me deriva prima di tutto da mancanza di Fede, essendo una sorta di culto a rovescio che ha rimpiazzato materialmente lo spazio spirituale lasciato dal precedente.

Per concludere, tento di rispondere alla tua domanda sul pensiero che avrebbe avuto al riguardo Pier Paolo Pasolini: «Sarebbe stato un Sì Gender o un No Gender, l’anti-borghese e scandaloso Pasolini?». Ebbene, come sai uno dei grandi meriti pasoliniani è quello d’aver denunciato l’omologazione come sradicamento e perdita collettiva delle identità: «In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista» (Corriere della Sera, 24.6.1974). Se dunque Pasolini – il quale, a differenza di quanti affermano il primato del sentimento sull’identità sessuale, sapeva bene cosa fosse l’insostituibile figura materna, che ha elogiato in modo dolcissimo nei versi di “Supplica a mia madre”: «Perché l’anima è in te, sei tu» – già inorridiva all’idea di non poter più distinguere l’operaio dal contadino o da uno studente, all’impossibilità di distinguere l’uomo dalla donna, al di là di meri stereotipi, si sarebbe con ogni probabilità stracciato le vesti.

Concludo veramente, caro Direttore, rilanciando quindi la necessità di non concedere neppure un centimetro ai paladini del “pensiero gender”, che poi sono gli stessi che negano di essere tali servendosi del comodissimo paravento retorico della lotta alle discriminazioni che li vedrebbe tutti filantropicamente in prima linea. Dico questo non tanto, evidentemente, per la pericolosità di questi politici, sociologi, psicologi e antropologi – che non sono mostri ma inconsapevoli fiancheggiatori dell’ultima frontiera del Nichilismo che da anni respiriamo e che ora pretende di sconfinarci, letteralmente, nelle mutande, come direbbe Fabrice Hadjadj – quanto per quella di un atteggiamento di negazione della natura maschile e femminile cui accennavo poc’anzi: se infatti accettiamo di farci dire che non esistono più – se non al di qua dello schermo stereotipato – maschi e femmine, se cioè accettiamo di bere una enormità simile, non ci sarà più menzogna economica, politica o di altra natura contro la quale avremo diritto di ribellarci. Siamo infatti al punto di non ritorno, oltre il quale il superamento del limite non sarà più questione di attualità di bensì archeologia. Ragion per cui ora proprio non posso voltare la testa altrove.

(http://www.vvox.it/2015/11/29/47054/)

giulianoguzzo.com

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