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A dicembre manca ancora qualche giorno ma già si ripetono anzi si moltiplicano, in Europa, ostilità alle tradizioni natalizie. Così, come lo scorso anno è toccato assistere alla barbara devastazione – a colpi di manganello – del grande presepe nella Gran Place di Bruxelles, in questi giorni in Inghilterra accade che la Digital Cinema Media, l’azienda che controlla la pubblicità in tre delle maggiori sale del Regno Unito, ritiri dai cinema uno spot natalizio della Chiesa d’Inghilterra, in Francia che l’Associazione dei sindaci dichiari la presenza dei presepi nelle sedi comunali «non compatibile con la laicità» e, in Italia, che un canto come Adeste Fideles, essendo religioso, divenga così problematico da divenire sconsigliabile. Si osservi come in tutti questi casi – ma se ne potrebbero elencare facilmente altri – la censura sia in primo luogo autocensura, occultamento religioso volontario che anticipa ogni eventuale richiesta, in tal senso, dei fedeli di altri confessioni, a partire da quella islamica.

Come mai questo accade? Cosa origina questo rifiuto del Vecchio Continente verso quei canti e simboli che dovrebbero essergli più cari? Chi è, insomma, ad avere paura del Natale? L’atteggiamento progressivamente ostile nei confronti dei cristiani, la cosiddetta cristianofobia, giustifica solo in parte il fenomeno essendo, a sua volta, manifestazione quasi di una allergia all’Evento natalizio le cui sorgenti sono da ricercarsi altrove. La mia impressione è che la preferenza del più politicamente corretto albero di natale al presepe e delle canzonette al più solenne canto religioso sia esito di una incomprensione: il Natale – e quindi ogni cosa che ne rievochi la dimensione originale – è sempre meno gradito perché sempre meno capito. E cosa ci sarà mai da capire, ribatterà qualcuno: invece no, questa difficoltà esiste e può essere illustrata mettendo in luce le contrapposizioni valoriali, per così dire, che complicano la decifrazione e quindi l’accettazione del Messaggio natalizio.

La prima contrapposizione è quella fra Acquisto e Dono. La civiltà dei consumi approfitta dell’attesa natalizia per scatenarsi ma ostacola la simbologia che richiama Chi c’è al termine di questa attesa perché il Natale, essendo ineguagliabile epifania del Dono – Dio Padre che offre Suo Figlio all’umanità – si colloca all’esatto opposto dell’Acquisto. Si badi che dicendo questo non si vuole moraleggiare sul rito dello scambio dei regali che, anzi, va incoraggiato per numerose ragioni: «I Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra – spiegava acutamente già Chesterton (1874-1936) – se avessero portato solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana». Tuttavia è fuori discussione come la logica del Dono sia in conflitto con quella dell’Acquisto, che oggi riscuote molto più successo. Si replicherà che lo scambio di regali equivale a scambio di doni: sbagliato. Il Dono è pienamente tale solo quando sfugge alla misurazione esprimendo in primo luogo non ciò che si ha ma quel che si è.

Un secondo conflitto è fra Interesse e Gratuità. Quasi ogni nostra azione – spesso anche giustamente – è legata ad un interesse, sia esso razionale o meno, tangibile o ideale, calcolato oppure solamente sperato. Bene, la nascita di Gesù Bambino che a Natale si celebra è la negazione totale di ogni interesse: Dio infatti non aveva né poteva avere, in quanto tale, alcun bisogno di inviarci Suo Figlio. Eppure lo ha fatto, con un Dono che esprime più di ogni altro la Gratuità. Ma che cos’è la Gratuità? L’economista e scrittore Luigino Bruni, persona squisita che ho avuto il piacere di conoscere nei mesi scorsi, la definisce come «dimensione dell’agire che porta ad avvicinarsi agli altri, a sé stessi o alla natura mai in modo puramente strumentale». Se le cose stanno così si può quindi davvero dire che il Natale rappresenta non solo la Gratuità, ma la Gratuità delle Gratuità, dato che Gesù è il Dono di cui l’umanità aveva più bisogno per salvarsi ma con cui Dio, per così dire, ci rimette e basta, mostrando una generosità totale oggi più che mai incomprensibile.

L’ultimo conflitto valoriale vede Egoismo e Amore. Gesù viene per tutti: per il virtuoso come per il malfattore, per il giusto come per lo sbandato, per il meritevole come per il pezzente. E questo ci spiazza apparendoci perfino assurdo. Siamo infatti abituati all’idea che tanto più una cosa sia bella e cara, tanto più debba essere nostra: solo nostra. Il Natale ci chiede invece di rovesciare la prospettiva, col Figlio di Dio che viene insieme per noi e per chiunque. Ecco che allora non si può fare i conti con l’Evento natalizio – e infatti molti preferiscono non farli, occultando tutto ciò che ne evoca la miracolosità – senza riflettere sull’Amore, che è l’antitesi assoluta, oltre che la medicina, rispetto all’Egoismo al quale inconsciamente ma continuamente conformiamo le nostre piccole esistenze che il venticinque dicembre sono chiamate, da un giorno all’altro, a squarciarsi per fare posto a Lui. Ma come può un Bambino nato duemila anni fa e pure geograficamente lontano da noi far rinascere, oggi, la nostra vita? E’ in questo stupendo paradosso con cui moltissimi rifiutano di misurarsi che il Natale esprime la sua essenza più vera.

(“La Croce”, 27.11.2015, p.2).

giulianoguzzo.com

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