La legittimità di avere opinioni proprie non solo non deve essere messa in discussione in quanto espressione di libertà, ma pure perché occasione di arricchimento reciproco nonché garanzia di confronto schietto. Il problema sorge però quando, su temi delicati che esigono prudenza, opinioni legittime vengono spacciate per lampanti e indiscutibili verità. E’ successo per esempio nel corso di una recente trasmissione televisiva che non cito per evitare a priori il rischio di fuorvianti polemiche nella quale un noto portavoce dello scetticismo, con l’intenzione di difendere l’operato della medicina nel contrasto alla malattia, metteva in guardia i telespettatori dalla condotta di quanti portano con sé le “immaginette” – alludendo, senza nascondere un certo fastidio, ai santini – e poi, purtroppo, muoiono comunque. Tutto questo per dire che la fede religiosa sarebbe irrilevante nella salvaguardia della salute.
Ora, posto che essere credenti non implica affatto rinunciare alla medicina o cercarne alternative – eventualità che riguarda semmai la magia, frontiera non solo diversa ma persino opposta a quella religiosa, specie al Cristianesimo – e premesso che pregare, per chi ha problemi di salute, non significa necessariamente chiedere la guarigione né l’immortalità, bensì la forza di sopportare la condizione vissuta, non è vero che la dimensione religiosa non abbia nulla a che vedere con il benessere dei pazienti o di coloro che vivono l’esperienza della malattia. E a sostenerlo, manco a dirlo, è proprio quella scienza che alcuni sistematicamente contrappongono alla religione. Più precisamente, vi è un consistente numero di ricerche che mostra come, in effetti, un qualche positivo legame fra l’affidarsi a Dio e le condizioni di salute – con buona pace dell’ateismo militante – vi sia. Esaminare da vicino ciascuno di detti studi richiederebbe maggiore spazio, tuttavia è possibile una panoramica.
Possiamo anzitutto ricordare come sia riconosciuto una correlazione fra religione e maggior salute mentale e fisica (Handbook of Religion and Health, 2012), minore rischio di depressione (The American Journal of Psychiatry, 2012), di suicidi (American Journal of Public Health, 1986), e addirittura minori tassi di criminalità (More God, Less Crime, 2011); la stessa dimensione relazionale ed affettiva, con particolare riferimento alla stabilità coniugale, appare agevolata dalla religione (Journal of Family Psychology, 2001). Evitiamo però di perderci e torniamo subito alla nostra domanda: la fede “serve” nella malattia oppure il fattore religioso è del tutto irrilevante? Un primo indizio circa il contributo benefico della religione sulla malattia ci deriva da rilevazioni secondo cui alle visite giornaliere di sacerdoti, mediamente, sono associati ricoveri meno prolungati (Chaplaincy Today, 2001); si potrebbe però obiettare che ad essere rilevante, più che il fatto che a fare visita sia un sacerdote, siano le visite stesse e la compagnia che un paziente riceve. Occorre dunque valutare se vi sono altri studi. Studi che, a ben vedere, non mancano.
Si pensi per esempio ad una metanalisi effettuata su oltre quaranta campioni indipendenti e che, considerando tutte le cause di morte, ha riscontrato come mediamente vi sia un’associazione fra la fede religiosa e la sopravvivenza (Health Psychology, 2000), legame emerso anche considerando la pratica religiosa in campioni di persone anziane (J Gerontol A Biol Sci Med Sci, 1999). Risultati significativi, ma che non devono stupire giacché lavori precedenti avevano riscontrato un legame positivo fra coinvolgimento religioso e misurazioni della salute fisica in relazione a pressione arteriosa (Social Science & Medicine, 1989), malattie cardiache (International Journal of Cardiology, 1986), cancro (Social Science & Medicine, 1987). Interessante è pure l’esito di una più ricerca che, monitorando pazienti reduci da trapianto di fegato, ha rilevato come la religiosità – estensivamente intesa come sia come pieno affidamento a Dio, sia come sua ricerca – sia associata a più confortanti tassi di sopravvivenza (Liver Transplantation, 2010).
Queste ricerche – ma se ne potrebbero ricordare altre – non autorizzano affatto a sottovalutare il ruolo della medicina né si riferiscono, nel loro insieme, ad una sola religione o chiesa. Ed è anche vero come, in ambito scientifico, non tutti siano concordi nel riconoscere il ruolo della religione nella salute: il dibattito è aperto anche se, come si è visto, gli indizi a favore del ruolo positivo della fede religiosa abbondano. Quel che qui è importante sottolineare è che allorquando qualcuno sentenzia che essere o non essere credenti non cambi la vita e sia irrilevante rispetto al benessere fisico – posto che la religione è qualcosa di diverso e, in tanti casi, di migliore rispetto ad un semplice farmaco – costui sta solo dicendo la propria dal momento che la letteratura scientifica, per quanto può, propende per altre ipotesi. Senza dimenticare come la vera guarigione, chi continua a pregare nella malattia, spesso la compia altrove: nello sguardo di quanti gli sono accanto e che, grazie al suo esempio, iniziano a vedere la loro vita da un punto di vista diverso.
(“La Croce”, 5.6.2015, p.3).

A latere segnalo:
L’Uomo vale più della sua malattia
Tutto vero, ma non capisco che cosa si vuole dimostrare.
La fede aiuta nella malattia e nelle situazioni drammatiche che l’individuo può attraversare. E’ evidente che chi ha fede può per esempio più facilmente elaborare un lutto devastante, come può essere la perdita di un figlio. Il perché non è necessario ricordarlo qui.
In altri casi è sufficiente credere e aver profonda fede in alcuni ideali per addomesticare la paura e affrontare la morte, sacrificandosi per la patria, per la causa o per immolarsi al posto di persone inermi. La storia è piena di accadimenti di questo tipo.
Che cosa si racconta a un bambino che ahimè ha perso la mamma per rasserenarlo? Gli si dice che la mamma non è andata via, ma si trova in cielo insieme agli angeli e da lassù continua a proteggerlo e a volergli bene. Basta questo per far sì che quella creatura innocente si addormenti senza incubi e si convinca ad andare avanti.
E’ altrettanto noto di quanto sia potente ed efficace la mente nel convincerci a resistere, quando sebbene sofferenti dobbiamo superare una prova importante o una situazione di pericolo che non consente tentennamenti. Si resiste incredibilmente, quasi si grida al miracolo, ma superato quel momento, quella forza viene meno e si ritrovano intatte tutte le nostre insufficienze.
La professoressa Rita Levi Montalcini in un’intervista del 2009 in occasione del suo centesimo compleanno confidò all’intervistatore: «Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente».
È quindi evidente che credere in Dio o aver fede in qualcosa aiuta. E tuttavia bisogna averla quella fede e se uno non ce l’ha non può certo inventarsela.
Simone
Infatti caro Simone la Fede non ce la si inventa (anche perché sarebbe fantasia non fede)
La Fede la si chiede (se la si desidera..)
Concordo caro Bariom e tuttavia per fare quel passo in modo convinto, chiedere cioè la fede è necessario ci siano alcune premesse.
Credere innanzitutto che l’entità trascendente cui rivolgersi ci sia, che la sua sola esistenza giustifichi la presenza dell’umanità e ne elevi in modo esclusivo il divenire per poter poi sperare in scenari futuri, che altrimenti l’umanità stessa non riuscirebbe né a raffigurare né a percepirne la mancanza.
Considerare la presenza di un’entità creatrice trascendente non è difficile e sotto certi aspetti può anche far comodo. Più difficile è accettare e giustificare un interesse così ostinato, quasi morboso nei confronti dei comportamenti umani, come molti insistono nel voler far credere.
Simone
Caro Simone,
non voglio sembrare semplicistico, presuntuoso o peggio apparire come chi non dare peso alle tue riflessioni, ma credo che farsi troppe “premesse”, troppe domande o come nel famoso episodio di Sant’Agostino, cercare di far entrare il mare in un buco scavato con paletta e secchielo su litorale, non sia d’aiuto…
La Fede (quella in Gesù Cristo) è cosa desiderabile? Invidiabile?
Certo questo passa della “responsabilita” di chi la fede annuncia e vive (meglio se prima la vie e poi la annuncia – di fatto se realmente la vive non necessitano molti annunci…), ma se si ha la “fortuna” di provare questo per la Fede “altrui”, che postrebbe anche essere quella letta della vita di un Santo (non poniamo limiti alla Divina Provvidenza e Fantasia), allora la si chieda, senza farsi troppe domande… anche perché, ti posso assicurare per personale esperienza, che TUTTE le domande, anche quelle che qui poni, troveranno *dopo* risposta e soluzione.
La Fede infatti non disseta solo l’anima e lo spirito, ma anche l’umana intelligenza.
Giuliano, diventa un po’ difficile interloquire con altri se ogni commento deve essere moderato…
Io utilizzo il sistema di moderare il primo dei commenti, giusto per prendere le misure ed evitare spiacevolezze. Però dal primo approvato in poi..
La mia è solo un’osservazione naturalmente. il blogo è tuo ,-)
Caro Bariom,
non sei né semplicistico né presuntuoso. Mi capita di leggere i tuoi interventi e le tue risposte disseminate nei diversi blog e ritengo tu sia uno dei pochi con cui si può intavolare una discussione.
Le premesse sono sempre necessarie, checché ne pensa Sant’Agostino.
Tu mi chiedi se la fede in Gesù Cristo sia cosa desiderabile o invidiabile. Non lo so e non sono la persona più indicata a dare una risposta.
Ho sempre considerato il messaggio di Gesù Cristo, quel “Amatevi gli uni gli altri”, quanto di più elevato la mente umana potesse partorire: un insegnamento rivoluzionario teso a instaurare una condizione di fratellanza e di giustizia tra gli uomini. Un insegnamento e un percorso francamente difficile da attuare, e tuttavia credo valga la pena per ogni individuo tentare di metterlo in pratica. La mia difficoltà sta nel non riconoscere a questo insegnamento e a tutto ciò che in seguito è stato costruito attorno, una natura divina.
@Simone, come si usa dire “troppo buono” ;-)
Io ritorno all’aspetto più personale e intimo del proprio rapporto con la Fede e anche l’incontro con questa – che è poi incontro con Cristo – perché è la cosa che più mi sta a cuore, anche perché ho fatto esperienza (personale e negli altri) che interrogarsi sui “massimi sistemi” non voglio dire sia superfluo (affatto), ma difficilmente è ciò che cambia un’esistenza, certamente non è ciò che salva…
Quindi quando chiedo “la fede in Gesù Cristo è cosa desiderabile o invidiabile?” ne faccio una domanda personale e diretta, rivolta a te in prima persona (che non pretende una personale risposta magari in una sede come questa…). Perciò TU sei la persona più indicata a rispondere a questa domanda, perché è della tua personale esperienza che si parla. Io ovviamente ti posso parlare della mia, ma la risposta potrebbe sembrare scontata, anche se scontata non è, perché l’esperienza di Fede non è un talismano che ti porti in tasca o al collo, ogni giorno invece ti interroga e chiede il tuo “fiat”.
Di fronte agli avvenimenti più disparati, alcuni tragicamente personali, la domanda ritorna: “la fede in Gesù Cristo è cosa desiderabile o invidiabile oggi per te *Bariom*?”… o per essere ancora più diretti: Bariom (mi forza usare il nickname in questo conteso perché Dio chiama per nome non per nick)… quindi “Mario, mi ami tu?”. “Rinnovi la tua fiducia in me?”.
Passando all’ “amatevi gli uni gli altri” (il comandamento nuovo), hai ragione a dire che può essere difficoltoso riconoscere in questo invito – che per il cristiano è un imperativo – una “natura divina”. Questo perché – chissà come – il cuore di ogni Uomo lo ritrova in sé (lasciamo stare le storture e brutture che ogni giorno constatiamo e che sembrano dimostrare il contrario…) e potremmo dire lo trova “naturale” come il desiderio di amare e di essere amato.
Ciò che ci dimostra la “natura divina”, o meglio la necessità che questo desiderio umano del cuore si rivesta di natura divina, è proprio la constatazione dell’umano fallimento NEL COMPIERLO…
Il fallimento – torniamo alle storture di cui sopra – è troppe volte sotto i nostri occhi, ma anche senza guardare fuori di noi, e per non smentirmi quando dico del mio interesse per l’aspetto più personale e profondo, il fallimento lo sperimentiamo in modo esistenziale quando NON riusciamo ad amare l’altro o quando la ferita del non sentirsi amati o riamati, provoca in noi la difesa, l’ergersi di un muro, il tracciare intorno a noi un cerchio invalicabile… un cerchio di morte potremmo dire, perché credendo di difenderci dalle ferite e dalle sofferenze che ne seguono, restiamo a nostra volta chiusi nel cerchio che noi stessi abbiamo tracciato. All’estremo poi tale è la sofferenza e la nostra incapacità che chi si amava divine il nostro “nemico”.
Potremmo “allargare il cerchio”. che pure a volte diviene stretto come un cappio (!), a tutto ciò che temiamo, sofferenza, umiliazione, paure, che in ultima analisi sono la paura della Morte, non solo quella fisica, ma quella cosiddetta ontologica.
Questo cerchio, queste catene, questo muro invalicabile – usiamo la metafora che vogliamo – e ciò che la Morte e Resurrezione di Cristo, in questo caso la Resurrezione propriamente, è venuta a spezzare e distruggere.
E torniamo alla domanda, se esiste questa possibilità (e io so che esiste, la mia esperienza me lo attesta), non è forse cosa “desiderabile o invidiabile?”
Caro Bariom, tu parli dell’aspetto personale e intimo del proprio rapporto con la Fede e di conseguenza dell’incontro con il Cristo e poni una domanda tutt’altro che insignificante.
Capisco il tuo punto di vista, ma è proprio questo il nocciolo della questione: io non ho mai avuto e non ho nessun rapporto con la Fede e nessun incontro. Per questo ho scritto di non essere la persona più indicata a dare una risposta al tuo quesito.
Avrei potuto risponderti che la faccenda mi è indifferente, ma detesto l’arroganza.
Tutto il resto deriva non soltanto dal non riconoscere la natura divina a quell’insegnamento e all’intero successivo costrutto terreno – l’intera Chiesa cattolica per intenderci – ma è proprio l’idea che ci possa essere un dio che sia interessato e si preoccupa del destino di noi uomini che non mi ha mai convinto nonostante tutte le discussioni e le riflessioni fin qui affrontate e digerite nel corso degli anni e sono tanti.
È evidente allora che la mia visione del mondo è diversa dalla tua e tuttavia devo riconoscere che il tuo modo di affrontare le questioni è degno di attenzione, perché credibile e intellettualmente onesto. Non mi riferisco a questo nostro limitatissimo scambio di battute, ma per esempio alle discussioni che affronti su “Croce Via” e in particolare con personaggi estenuanti che richiamano alla mente più fra Mamozio piuttosto che il noto fra Cristoforo.
Simone
Grazie ancora Simone, anche per l’attenta lettura che evidentemente fai dei miei interventi (caspita!) e ancor di più perché, pur partendo dal tuo punto di vista, vedo ne cogli la profonda ratio, che non è e non vuole essere di contrapposizione tout court con alcuno.
Tornando a noi, io comprendo benissimo le tue perplessità o dubbi e sai perché? Perché erano le stesse mie (al di là delle sensibilità personali) di ormai parecchi anni fa…
Per questo torno sempre all’esperienza personale e parlo della necessità di un INCONTRO. Tuttle le diquisizioni filosofiche-esistenziali, non hanno mai (prima) convinto neppure me e credo in estrema sintesi, possano convincere pochi (hanno credo altro scopo e altra utilità eventualmente).
E’ da questo fatto eperienziale, da questo incontro esitenziale che puoi avre la dimostrazione che SI c’è un Dio che è interessato e si preoccupa del destino di noi uomini… più di quanto siamo preoccupati noi stessi di noi, aggiungerei.
Questo incontro può avvenire “sulla via per Damasco”, come per “interposta persona”, incontrando un Cristiano (che è immagine di Cristo) e questo riporta alla responsabilità – che sempre e continuamente ribadisco in ogni dove – di chi si dichiara tale, ad essere questa immagine, questa “luce” per gli altri.
Poi lui diminiurà perché l’Altro (Cristo) cresca, cosi come fu per il Battista.
Il riconoscere la natura divina dell’insegnamento poi – soprattuto quello della Chiesa – è, credimi, punto di arrivo (o una tappa), ma non punto di partenza.
Non credo di poterti dire di più, almeno in questa sede e con i tempi lunghi di approvazione e visibilità conseguente, ma tornerei volentieri su questo o altro argomento.
(P.S. se vuoi non è difficile arrivare ad un mi contatto “privato”).
Il Signore benedica la tua ricerca interiore.
Questa discussione tra gli utenti Simone e Bariom e’ stata interessante.
;-)