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Il termine finora più utilizzato dai media per presentare La Croce – e quindi quanti lo leggono e vi scrivono, a partire ovviamente dal suo Direttore – è, come si sarà notato, “ultracattolico”. La scelta non è ovviamente causale e fa parte del tentativo di spacciare questo nuovo quotidiano come una testata fondamentalista e settaria per il semplice fatto che, sui temi della vita, della famiglia e della libertà educativa non intende fare sconti. Ma la fermezza e l’intenzione di non concedere terreno al pensiero dominante su questi versanti bastano a legittimare l’etichetta “ultracattolica”? E’ davvero da nostalgici del Medioevo – epoca storica tanto citata quanto ignorata – ritenere che sul diritto alla vita e sul diritto, per ogni bambino, di avere un padre ed una madre non si possa scherzare?

A sentire a quel che si dice in giro, parrebbe proprio di sì; sembrerebbe addirittura esservi insanabile contraddizione fra quell’apertura verso il prossimo che il messaggio evangelico incoraggia e l’arroccamento, per così dire, su valori che si vogliono sottrarre a quel dialogo che, da ormai qualche tempo, è divenuto una sorta di bacchetta magica: che si parli di terrorismo islamico o di tematiche bioetiche, di tensioni internazionali o di assemblee di condominio, dici “dialogo” e passi subito dalla parte della ragione dando l’impressione che i cattivi, invece, siano gli altri. Curioso. Ma torniamo alla difficoltà di classificare semplicemente come cattolici coloro che pensano che il matrimonio sia fra uomo e donna e che i figli vadano anzitutto fatti nascere non senza, prima, una doverosa premessa.

La premessa è che, come più di qualcuno da tempo tenta vanamente di spiegare, non solo non serve essere “ultracattolici” ma neppure credenti per manifestare ragionevole contrarietà all’aborto o alle adozioni omosessuali. Del resto, non era per caso il laicissimo Norberto Bobbio a dichiararsi per la vita esprimendo meraviglia per il fatto che, ai tempi del referendum sull’aborto, si lasciasse «ai soli credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere» (Corriere della Sera, 8/5/1981)? E forse non si contano, nelle immense manifestazioni francesi Manif Pour Tous, anche diversi atei e tante persone dichiaratamente omosessuali? La verità è che la polarizzazione dello scontro fra laici e cattolici è puro artificio. Di più: è una mistificazione della realtà funzionale solo a chi ha l’interesse di gettare fango sulla Chiesa.

Detto questo, e chiarito che i temi cari ai presunti “ultracattolici” sono in realtà del tutto laici, nel senso che non richiedono alcuna adesione confessionale, c’è un fatto che incredibilmente continua a passare inosservato e che smentisce l’idea che occorra essere cattolici un po’ esaltati per preoccuparsi di talune tematiche: quel fatto, anzi quella persona è san Giovanni Paolo II (1920-2005). Fu proprio il grande papa polacco, infatti, colui che più di ogni altro, anche a costo di mettere a rischio una popolarità che pure mai gli mancò, volle mantenere alta nel nostro tempo l’attenzione sul fronte della vita e della difesa della famiglia; lo fece con discorsi memorabili, con encicliche, con libri e senza che nessuno, mai, si sognasse di apostrofarlo come ultracattolico.

Anzi fu lui, Giovanni Paolo II, a denunciare il problema opposto, e cioè quello dei credenti che faticano a cogliere l’urgenza delle questioni bioetiche. Assai forti, a tale riguardo, furono le sue parole nell’Evangelium Vitae: «Troppo spesso i credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni comportamenti inaccettabili. Dobbiamo allora interrogarci, con grande lucidità e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi. Con altrettanta chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità» (n. 95).

Dinnanzi a sottolineature così chiare non occorre aggiungere altro, se non il disappunto per la loro rimozione. Perché criticando «taluni comportamenti inaccettabili» da parte perfino di «partecipano attivamente alla vita ecclesiale», Giovanni Paolo II dimostrava d’aver capito che il vero problema, più che i presunti “ultracattolici”, sono i tanti, tantissimi cristiani davvero tiepidi. Gli stessi cristiani che oggi si spellano le mani quando Papa Francesco, giustamente, chiede maggiore giustizia sociale ma fingono di non sentire quando paragona la rieducazione gender nelle scuole alla gioventù hitleriana, o quando attacca quel «progressismo» che, assecondando diabolici «padroni del mondo», di fatto appoggia «leggi che proteggono sacrifici umani». E dire che non serve un indovino per capire a quali leggi e a quali «sacrifici umani» il Santo Padre si riferisca.

(“La Croce”, 24/1/2015, p.2)

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