Dieci

Il seguitissimo show di Roberto Benigni andato in onda in questi giorni su Rai 1 è stata l’occasione, per milioni di Italiani, per tornare a riflettere sui Dieci Comandamenti e questo rappresenta senza dubbio un elemento apprezzabile, tanto più in una fase storica in cui la religione tende ad essere relegata all’ambito individuale smarrendo la propria costitutiva dimensione pubblica. Al mattatore toscano va inoltre riconosciuto il merito d’aver restituito attualità e freschezza a dettami che diversamente, agli occhi di parecchi, avrebbero mantenuto un’àura cupa e punitiva; con passione e poesia Benigni ha saputo invece condurre il pubblico verso una riscoperta della quale – se si è onesti, ed al di là di considerazioni sui comunque astrali e discutibili compensi del protagonista de “La vita è bella“- non si può che rallegrarsi, specie alla luce dei contenuti incommentabili sovente proposti sul piccolo schermo.

Detto questo e senza misconoscere la bellezza dello spettacolo di Benigni, anzi cogliendo proprio spunto dallo stesso, vi sono tuttavia alcune imprecisioni sulle quali – per amore di verità – non si può sorvolare. La prima riguarda il fatto che in nome di Dio si sarebbero commesse atrocità: vero, purtroppo. Ma generalizzare o esagerare, in tutti i casi incluso questo, sarebbe sbagliato. Infatti non solo è nel Novecento, secolo che certo non ha brillato per devozione religiosa, che si sono verificati i crimini più feroci di sempre, ma in seguito ad un accurato esame di quasi 1.800 conflitti si è appurato come meno del 7% di questi, in realtà, sia stato originato da motivi religiosi (Encyclopedia of Wars, 2004). Per quanta ostilità si possa avere verso la religione, le cause delle peggiori crudeltà vanno dunque ricercate altrove.

Non convince neppure l’idea – proposta da Benigni – secondo cui alla luce dei Comandamenti, in particolare del Terzo, si evincerebbe una sostanziale parità fra gli uomini e gli animali. Del resto, senza scomodare Gesù il quale chiaramente spiegava che l’uomo vale «più di molti passeri» (Mt 10,31), è Dio stesso, nell’Antico Testamento, non solo a permettere bensì a prescrivere sacrifici animali o perfino ad effettuarli, come quando Adamo ed Eva peccarono e fu il Signore stesso a consegnare «all’uomo e alla donna tuniche di pelli» (Gen 3,21), mentre del contrario – abiti in pelle umana destinati ad animali – non si ha notizia, a suffragio della supremazia umana sul mondo animale. Com’è allora possibile far dire al Decalogo una cosa in antitesi con la Bibbia? Mistero o, più semplicemente, libera espressione della creatività artistica.

L’errore più grave dell’attore toscano nel corso del suo show, però, è stato accusare la Chiesa d’aver inasprito Comandamenti; come se il Cristianesimo avesse avvelenato il messaggio biblico, in particolare per quanto concerne il Sesto Comandamento che la Chiesa – a sentire Benigni – avrebbe furbescamente manomesso sostituendo il divieto di adulterio con quello di commettere atti impuri e trasformando una regola accettabile in una prescrizione folle. Ora, a parte che l’esaltazione della verginità non è farina del sacco di qualche papa o cardinale bigotto ma viene da Gesù stesso (Mt 19,10-12), è curioso che si sia parlato del divieto di adulterio quasi come di poca cosa, considerando che siffatta condotta, anticamente, era punita con la morte (Dt 22,22-24; Lev 20,10), tanto che ci vorrà Gesù, com’è noto, per salvare un’adultera dalla lapidazione (Gv 8,3-11).

L’idea che la Chiesa sia sessuofoba, inoltre, oltre a non essere originalissima risulta pure infondata. Sessuofoba è, semmai, la cultura contemporanea che da un lato, con una ricorrente apologia della contraccezione, depotenzia l’atto sessuale sterilizzandolo, e dall’altro addirittura predica – attraverso l’ideologia gender – l’inesistenza dell’identità sessuale al di fuori di influenze culturali. E’ dunque il pensiero dominante a non comprendere o addirittura ad ostacolare la sessualità rispetto anche alle conseguenze, sul piano procreativo, che le sono connaturate, non certamente la Chiesa. E’ bene ribadirlo non già per avversare Benigni, il quale su questo non ha fatto che riscaldare la minestra del pregiudizio, ma per evitare che molti seguitino a farsi un’idea fuorviante del Cristianesimo.

L’ultima doverosa puntualizzazione sui Dieci Comandamenti riguarda un aspetto che il comico toscano – che non deve essere demonizzato, ma neppure scambiato per un illuminato teologo – non ha toccato pur essendo fondamentale. Si tratta, molto semplicemente, dell’esistenza di Dio. Perché riflettere su questo? Perché se davvero Dio non esistesse, per quanto i Dieci Comandamenti possano attrarci, altro non rimarrebbero che letteratura: né più e né meno di quella di fantascienza. Non solo: se Dio non c’è nessuna regola, ancorché solennemente scolpita nelle Costituzioni, avrà autentico fondamento, come segnalato anche dal giurista tedesco Böckenförde, il quale ha denunciato come lo stato laico e secolarizzato si nutra di premesse normative che, da solo, non può garantire (Staat, Gesellschaft, Freiheit, 1976).

A tale proposito, con linguaggio forse ancora più incisivo e netto Dostoevskij (1821-1881) faceva dire al suo Ivan Karamazov che «se Dio non esiste, tutto è permesso». Ed è proprio così dal momento che solo l’inevitabilità del giudizio divino – unitamente ad una retta ed equilibrata comprensione del bene – può incoraggiarci ad onorare fino in fondo padre e madre, a non uccidere e a non rubare. L’idea umana di giustizia necessita, pena un fondamento evanescente e solo formale, di ancorarsi a quella divina: il che comporta ovviamente non poche difficoltà, ma rimane imprescindibile. Viceversa, se avessimo la pretesa di fondare i Dieci Comandamenti sulla loro mera forza persuasiva, e dunque di crederli veri perché convincenti, vi sarebbe sempre la possibilità, da parte di qualunque scettico, di opporre legittimamente ad ogni divieto e prescrizione la stessa, micidiale domanda: chi l’ha detto?

 

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