struzzo

La montagna, stavolta, non ha partorito neppure il topolino: l’ha abortito. Non è purtroppo una battuta bensì l’avvilente esito della Ley de Protección de la Vida del Concebido y los Derechos de la embarazada, il progetto di legge che, in Spagna, avrebbe dovuto rendere l’aborto procurato meno agevole e del quale, alla fine, non se ne farà nulla. La voce di un abbandono della contestata riforma era nell’aria da giorni, ma nelle scorse ore è arrivata la definitiva conferma del premier Mariano Rajoy, il quale, puntando il dito contro la mancanza di un «sufficiente consenso», ha spiegato di non poter «approvare una legge che sarà cambiata non appena arriva un nuovo governo». Già immaginiamo il sospiro di sollievo dei tanti paladini dell’abortismo, anche se il progetto in questione tutto era fuorché un divieto assoluto di aborto dal momento che prevedeva che, oltre la 22° settimana, si potesse abortire nel caso di malformazioni del feto incompatibili con la vita del feto stesso o nel caso di infermità estremamente gravi e incurabili del nascituro ma, a differenza della normativa precedente (2010), fissava come requisito il fatto che dette anomalie, per legittimare una richiesta d’aborto, dovessero per forza intaccare la salute della madre; il che, come insegna anche la prassi italiana, sarebbe stato tutt’altro che un argine invalicabile.

Benché fosse dunque davvero un topolino, l’aborto alla fine ha prevalso e dell’enfasi con la quale il ministro della Giustizia ispanico Alberto Ruiz-Gallardón ricordava che «la vita è un diritto inalienabile» non rimane che un ricordo. Tutto questo perché – come dice Rajoy – mancherebbe il «sufficiente consenso». Ora, a parte che se uno fosse davvero convinto (e il premier spagnolo, evidentemente, non lo è del tutto) che «la vita è un diritto inalienabile» farebbe approvare una legge anche a costo di salvare dall’aborto un solo bambino, l’aspetto drammatico è la sottolineatura sulla carenza del «sufficiente consenso». Intendiamoci: in democrazia è ovvio che i politici aspirino a preservare e magari ad incrementare il proprio seguito. Il punto è che, in questo caso, il governo spagnolo non era sul punto di varare una riforma sulle imposte, o sul mercato del lavoro o su altri temi pure rilevanti; no, in gioco c’era la concreta possibilità di ridurre il numero degli aborti, di salvare vite umane iniziando a colmare la voragine spaventosa fra il numero di figli concepiti e quello di coloro che riescono a vedere la luce. E’ tragico che una questione come l’aborto procurato venga tutt’ora trattata con tanta superficialità. Tragico, ma per nulla sorprendente. Veniamo infatti da anni, anzi decenni di letargo della ragione.

E i tanti mostri – e le tante mostruosità – di questi anni sono lì a confermare che si tratta di un sonno profondissimo e spesso, addolora dirlo, indirettamente incoraggiato da un cattolicesimo spento oppure vivissimo ma distratto, con lo sguardo altrove; il che, in termini concreti, produce lo stesso effetto: zero. Come se tutte quelle donne (sono centinaia anche in Italia) che ogni giorno si privano di una parte fondamentale del loro futuro e della loro vita – senza valutarne qui ragioni o motivi – non fossero espressioni di una povertà devastante e probabilmente anche peggiore di quella di chi fatica a mangiare ma almeno sa Chi pregare, Chi ringraziare e, soprattutto, in Chi sperare. Come se tutti quei figli che vengono rifiutati non fossero la prova agghiacciante che l’accoglienza, oltre che sulle nostre coste meridionali, andrebbe praticata anche negli ospedali e negli ambulatori. Certo, è possibile che schierarsi contro l’aborto non attiri, tanto più oggi, particolari consensi. Ma alla fine – consenso o meno – il problema è un altro: il coraggio. E se manca il coraggio, e col coraggio il buon senso, neppure il più autorevole sondaggista convincerà il politico che lo può fare a reprimere l’aborto. Così tutto rimarrà come prima, con Paura ed Ingiustizia ancora al potere.

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