famiglia

Crisi educativa. Due parole che riassumono il maggiore dramma contemporaneo, ma anche uno dei più equivocati. Il solo accennare ad una crisi sul fronte educativo, infatti, rimanda i più all’idea della scomparsa dei valori del galateo, della buona creanza e del pudore. Tutti principi positivi e pertanto meritevoli d’essere difesi. L’emergenza educativa, però, è altra cosa; rimanda alla totalità dell’essere umano, investe la sua esistenza e minaccia il suo destino. Dove la crisi educativa prevale, cioè, ad essere messo in discussione non è un determinato valore, bensì la stessa idea che dei valori esistano e, in quanto tali, si debbano testimoniare e trasmettere da una generazione all’altra. Lo spaesamento che molti giovani oggi esperimentano, in fondo, parte da qui. E non può essere superato se prima non emerge una presa di coscienza circa l’origine di questa crisi, il più delle volte minimizzata o, peggio, ignorata. Con la prevedibile conseguenza di un ulteriore peggioramento delle cose. Ora, per tentare di “fotografare” meglio l’odierna eclissi educativa, così pericolosa per le giovani generazioni, è opportuno anzitutto rammentare il significato del termine “educare”. Che, ricordavamo poc’anzi, afferisce alla più vasta dimensione antropologica e di formazione dell’essere umano. Educare i nostri figli, dunque, non significa solamente istruirli, bensì introdurli alla realtà dell’esistenza, crescerli, far capire loro il legame tra libertà e responsabilità; il tutto in una dimensione di comune apertura verso Dio, che rimane l’unica sorgente di Senso, in assenza della quale ogni insegnamento – foss’anche il più alto – rischia di vacillare. A questo punto possiamo, sia pure sinteticamente, ricordare le tre dimensioni della crisi educativa, che sono quella filosofica, quella sociale e quella psicologica.

La minaccia del relativismo

Il primo grande ostacolo all’educazione interessa la dimensione filosofica e si esprime nel relativismo, ossia nella convinzione, ormai fattasi mentalità, secondo cui non esistono fatti, ma solo opinioni su di essi; non una realtà, ma solo, osserva Volpi, un «gioco di interpretazioni» (Il nichilismo, Laterza 2004, p. 178). Il successo – culturale prima e sociale poi – di questa tesi ha determinato un crollo dell’intero impianto educativo che, evidentemente, si reggeva sulla necessità di trasmettere dei valori ritenuti positivi, in contrapposizione ad altri, giudicati negativi. Quando però si eclissa l’idea che esistano Bene e Male, va da sé, anche la necessità formativa viene meno: perché mai si dovrebbero trasmettere dei principi che equivalgono a infiniti altri? Molto meglio – si dice oggi – lasciare i giovani liberi di scegliersi la strada che preferiscono. Un’affermazione dalla parvenza filantropica che in verità cela profondo egoismo. Se lascio il prossimo nelle condizioni di fare ciò che vuole, infatti, da un lato lo espongo a palesi pericoli, e, dall’altro, mi sottraggo a priori alla possibilità di intervenire – altrimenti calpesterei la sua libertà! – qualora fosse in procinto di farsi del male. Chi ha avuto l’acume di capire presto quanto dannosa e soprattutto egoistica sia la scelta di lasciare totale libertà ai giovani, è stato, sul finire degli anni Sessanta, il sociologo Francesco Alberoni, che scriveva: «Gli adulti […] nella misura in cui rinunciano a fornire ai giovani un modello culturale da far loro accettare doverosamente, rispettosamente, obbligatoriamente, in modo esattamente complementare desiderano la libertà-fallimento dei giovani» (AA.VV. Lo Stato democratico e i giovani, Edizioni di Comunità 1968, p. 71). Nella misura in cui permea anche l’educazione, quindi, la permissività etica – immediata conseguenza del relativismo – ben lungi dall’essere espressione di benevolenza, si configura come preoccupante sintomo di disinteresse. Dove c’è totale libertà, c’è totale indifferenza e dunque assenza di amore.

La scomparsa del padre

La dimensione sociale della crisi educativa è direttamente correlata a quella filosofica e riguarda la progressiva scomparsa del padre. Non poteva che essere così dal momento che la figura del padre, in quanto capo famiglia, storicamente incarnava proprio quei valori un tempo importanti e oggi dequalificati dal relativismo. Per cui, minata la credibilità del progetto educativo, al padre – che di quel progetto era il regista – non poteva che toccare la messa in disparte. In realtà, come spiega Claudio Risé nel suo Il padre, l’assente inaccettabile (San Paolo, 2003), l’impoverimento dell’autorità paterna si originò già con la Riforma protestante e la conseguente secolarizzazione della famiglia, anche se la sua emarginazione – favorita soprattutto dall’istituto del divorzio – si è avuta ai nostri giorni, con milioni di bambini orfani di questo fondamentale riferimento. La cui assenza è a dir poco destabilizzante se si pensa che tra i fanciulli provenienti da famiglie senza padre si conta il 63% dei suicidi giovanili (US Dept. of Health & Human Services, Bureau of the Census), il 71% delle adolescenti incinte (US Dept. of Health & Human Services), l’85% dei bambini che mostrano disordini del comportamento (Center for Disease Control), il 75% dei pazienti adolescenti presso i centri per abuso di droghe (Rainbows for all God`s Children) e l’85% della gioventù rinchiusa in prigione (Fulton Co. Georgia jail populations Texas Dept. of Corrections). Statistiche, queste, che non fanno che confermare un fatto: senza l’autorità paterna i giovani risultano privati del fondamentale diritto all’educazione. E’ un po’ come se a scuola, da un giorno all’altro, fossero licenziati tutti gli insegnanti. Sarebbe il caos. E in famiglia, come abbiamo visto, accade lo stesso, giacché le madri, da sole, non possono che assolvere solo parzialmente il compito educativo, che spetta ad entrambi i genitori e che ha nel padre, sotto molti aspetti, l’autore prediletto.

L’ascolto negato

L’ultimo e più individuale stadio della crisi educativa riguarda la dimensione psicologica, in particolare quella dei più giovani. E non ci riferiamo, si badi, solo ai bambini che crescono senza uno dei due genitori, ma anche e soprattutto a coloro che, pur avendo un padre e una madre, e magari crescendo in un contesto agiato, ottengono troppe attenzioni ma poco ascolto. E’ bene soffermarsi su questo aspetto perché, complice l’inverno demografico, è in grande aumento il numero di bambini che si ritrovano figli unici e che, come tali, si vedono, già in famiglia, oggetto di aspettative decisamente alte. Troppo alte. Cresce così, per dirla con lo psichiatra Crepet, il fenomeno dei «bambini Abarth», fanciulli che «non solo devono ottenere buoni risultati a scuola, devono essere semplicemente i primi» (Non siamo capaci di ascoltarli, Einaudi 2001, p. 12). La conseguenza, sul piano educativo, è devastante poiché, in questo modo, i giovani si sentono sempre sotto pressione e vengono privati del diritto «all’amore e all’accettazione incondizionati» (Ibidem, p. 13). Questa percezione, unitamente allo scarso ascolto da parte di genitori spesso impegnati o stanchi, fa sì che i bambini crescano soli. Magari iscritti a mille corsi sportivi, circondati da tanti amici e compagni, ma profondamente soli rispetto a quel rapporto costitutivo tipico della famiglia e rimpiazzato, tra le mura domestiche, solo dalla televisione o da internet. Nel suo I bambini e la tv (Raffaello Cortina, 2007), la studiosa Dafna Lemish stima che già negli anni Novanta ciascun bambino americano trascorresse dinnanzi al tubo catodico un tempo tale da rendersi bersaglio, mediamente, di sette ore di pubblicità alla settimana. Un lasso di tempo considerevole, che stimola un quesito: chi provvede all’educazione dei giovani? La scuola? La televisione? Internet? Nelle possibili risposte a questa domanda, a ben vedere, è ben riassunto il clima babelico nel quale crescono attualmente molti giovani.

Ripartire dal Maestro

Ora, appare evidente come la portata della crisi educativa in corso sia certamente troppo vasta per essere qui analizzata come meriterebbe. Ciò nonostante, abbiamo avuto la possibilità, richiamandone i tre versanti principali, di vedere quanto essa sia in penetrante e deleteria, in particolare verso i fondamenti della morale. Siamo pertanto nella condizione di comprendere come, per ripartire, sia necessario, prima di tutto, rifarsi ad un giudizio di verità morale, e di apertura verso il Maestro per eccellenza, che è Gesù Cristo, colui che, dedicando la vita all’umanità intera e spendendosi in particolare a difesa dei bambini, non ha però mai mancato di rimarcare l’importanza, per tutti, del Padre. E’ al Figlio di Dio, dunque, che dobbiamo guardare se vogliamo vincere la sfida educativa così che, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, «ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno, percorrere la strada della vita, con la potenza di quella verità sull’uomo e sul mondo» (Redemptor Hominis, 13).

(Pubblicato su «Radici Cristiane» n. 66)

Giuliano Guzzo

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