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La Lombardia ha approvato, fra le prime se non da prima Regione d’Italia, una specifica normativa per aiutare i coniugi separati o divorziati. Si tratta della Legge regionale 24 giugno 2014 n.18, «a favore dei coniugi separati o divorziati, in condizioni di disagio sociale ed economico, in particolare con figli minori o con figli maggiorenni portatori di handicap» (art.2). Siffatta normativa – per la quale si è programmato uno stanziamento pari ad «euro 4.000.000,00» (art.9, comma 2) – rappresenta indiscutibilmente un passo in avanti sotto il profilo del progresso civile dal momento che per la prima volta riconosce e tenta di arginare l’impoverimento conseguente all’instabilità coniugale; impoverimento che spesso interessa i padri divorziati, i nuovi poveri che da ormai alcuni anni – conferma una fonte non certo antidivorzista come L’Espresso – «affollano le mense di beneficenza, a volte si riducono a vivere in automobile, spesso cadono in depressione ed entrano in una spirale da cui è difficilissimo uscire» (L’Espresso, 29/3/2012).

Tuttavia anche le donne risentono in modo assai consistente, se non maggiore, dell’impoverimento da divorzio. «Dopo la separazione – sottolinea l’Istat – a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%)» (Statistiche Focus, 7/12/2011). Applauso convinto, allora, alla Lombardia, il cui sforzo – curiosamente non sottolineato dai media – speriamo sia presto seguito da altre Regioni. Anche se, a ben vedere, rimane comunque un altro fronte, sempre in tema di separazione e divorzi, da considerare se non addirittura prioritario: quello della prevenzione. Una prevenzione che, come abbiamo visto, troverebbe una sua forte giustificazione già sotto il profilo meramente contabile. Ci sono tuttavia anche altri aspetti che rendono conveniente per la collettività la stabilità matrimoniale. Uno su tutti: la tutela della salute, di cui il divorzio è innegabilmente una minaccia.

Infatti fra gli uomini divorziati si registrano, rispetto agli altri, maggiori rischi in termini di malattie cardiovascolari e di ipertensione, con anche incrementi di tassi di suicidio fino al 39% (Cfr. Journal of Men’s Health, 2013;Vol.10(1)). E alle ex mogli non va molto meglio se si pensa che uno studio svedese condotto su 800 donne e focalizzato sulle conseguenze psico-sociali derivanti da divorzio, vedovanza e problemi sul lavoro ha individuato una preoccupante correlazione fra instabilità coniugale e rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer (Cfr. BMJ Open. 2013; Vol.3(9):e003142). Ma i più penalizzati in assoluto dal divorzio rimangono sempre loro, i bambini; per i figli di genitori decisi a lasciarsi – ha rilevato uno studio – c’è un aumento percentuale del rischio abusi pari al 10,7% (Cfr. Child: Care, Health and Development. 2012; doi: 10.1111/cch.12024), aspetto che almeno in parte spiega i più alti tassi di mortalità prematura (Cfr. Journal of Personality and Social Psychology. 1997;Vol.73(2):381-391).

La letteratura scientifica da elencare sugli effetti negativi del divorzio sarebbe ancora parecchia e non meno impressionante, ma già questi dati suggeriscono in modo chiaro la necessità di predisporre provvedimenti preventivi dell’instabilità coniugale. In che modo? E’ una bella domanda, soprattutto in considerazione del fatto che molte coppie in crisi faticherebbero, anche se disponibili, ad accettare aiuti– aiuti che verosimilmente verrebbero percepiti come indebite ingerenze – e che le stesse coppie, non di rado, non si rendono perfettamente conto di essere in difficoltà se non quando queste difficoltà vengono descritte da chi le sperimenta come oramai insormontabili. Aggiungiamoci il clima libertario favorito dalla cultura dominante, che acriticamente incensa qualsivoglia scelta individuale, tanto più se distruttiva della famiglia, e si comprende a pieno l’estrema difficoltà anche politica che incontrerebbe l’approvazione, prima ancora che l’attuazione, di misure di prevenzione del divorzio.

Tuttavia, come si è visto, la gravità dell’instabilità coniugale impone che del problema s’inizi a parlare. Per esempio – sarebbe già molto – denunciando pubblicamente gli effetti devastanti del divorzio, qui in parte ricordati e che di certo non tutti conoscono. Ci vorrebbe poi una promozione di mediazione e consulenza familiare durante il periodo di riflessione che precede il divorzio (periodo da non ridursi o annullarsi, come vorrebbero i promotori del “divorzio breve”), senza trascurare un rilancio della mediazione familiare. Si potrebbero poi ideare altri meccanismi che possano prevenire il divorzio: all’ingegno umano, lo sappiamo, non c’è limite. Il primo passo però rimane uno: smettere di ritenere il divorzio – come oggi avviene – quale fatto inevitabile ed imprevedibile, quasi fosse un evento sismico, considerandolo fenomeno che può, anzi deve essere contrastato; ci si trovasse concordi su questo, ridestandosi dalla sbornia libertaria degli ultimi decenni, sarebbe già moltissimo. La Lombardia un segnale l’ha dato. Ora occorre continuare.

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