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Confesso che per un attimo ho tremato, temuto, quasi creduto. Fortuna che Max Pezzali non è morto ma vivo, e la notizia della sua scomparsa a causa di un incidente automobilistico, circolata sul web nei giorni scorsi, l’ennesima bufala. Altrimenti avrei perso – come penso molti – la colonna sonora della mia adolescenza e non solo di quella. Perché con questo ex ragazzo di provincia, alla fine, siamo cresciuti in parecchi, da miti come Valentino Rossi – che sulla sua Ape, disse una volta, ascoltava a palla gli 883 – a tanti ragazzi qualsiasi nati negli anni Ottanta. Perdere Max sarebbe stato quindi come perdere un amico, quello che ti raccomandava di provarci con le ragazze prima che scattasse la draconiana «regola dell’amico» ma poi sapeva comunque tranquillizzarti con appena quattro parole: «Nessun rimpianto nessun rimorso».

Un difetto non piccolo di questo cantante di Pavia, almeno per quanto mi riguarda, è quello di essere fieramente interista: per il resto penso sia (e sia stato) realmente il compagno d’avventure perfetto, affidabile e capace come pochi di parlare chiaro. Fortuna davvero, allora, che non hanno ucciso l’Uomo Ragno che che si trattava solo di un pessimo scherzo di gente senza cuore e verosimilmente anche senza cd e audiocassette, o quasi. Così, noi che ormai non siamo più proprio dei ragazzini abbiamo ancora il nostro filtro dell’eterna giovinezza, la nostra scusa canora di sentirci giovanissimi e di far sopravvivere alla dura legge del gol. Che godano e ridacchino pure nelle loro case, allora, gli spietati bufalari che hanno messo in giro la voce della morte di Max: «Loro stanno chiusi ma cosa importa chi vincerà? Perché in fondo lo squadrone siamo noi, lo squadrone siamo noi».

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