gay

Ci fosse per caso ancora in circolazione, fra i giornalisti, qualche mente politicamente scorretta in materia di famiglia – non si sa mai -, niente paura: d’ora in poi, prima di rischiare di perdere il posto, potrà sapere cosa scrivere rifacendosi ad un nuovo decalogo gay. E’ stato presentato in Francia qualche giorno fa a cura dell’AJL, acronimo che sta per Association des journalistes Lesbiennes gays bi-es-s et trans e in poco meno di trenta pagine delinea chiaramente come uno debba esprimersi con riferimento alle rivendicazioni gay, se non vuole incorrere nell’accusa di istigazione all’odio di stampo omofobo.

Il piccolo manuale spazia infatti fra otto differenti argomenti (linguaggio discriminatorio, stereotipi, lesbismo, bisessualità, transessualità, AIDS/HIV, elementi di diritto, lobby e teorie di genere) ed accanto a qualche osservazione effettivamente sensata – si pensi a quella che critica l’espressione «avouer son homoseualité», ossia «confessare, ammettere la propria omosessualità», espressione infelice ed impropria dato che sperimentare pulsioni omosessuali non è un reato da confessare – presenta tutta una serie di “inviti” inquietanti, dal netto sapore orwelliano.

Ne ricordiamo tre fra i più significativi che compaiono del documento. Anzitutto si chiede ai giornalisti di smettere di parlare delle lobby gay, lobby che – si legge in Informer sans discriminer (2014), così s’intitola il vademecum – non esisterebbero, mentre esistono solo associazioni a difesa dei diritti omosessuali che collaborano occasionalmente fra loro. E qui siamo già alla commedia, nel senso che la stessa idea di condizionare la mentalità dei lettori attraverso un nuovo manuale giornalistico risulta cos’altro è se non espressione di una volontà lobbistica?

Non meno discutibile appare l’invito a negare l’esistenza della teoria del genere, che sarebbe solo un artefatto della cultura omofoba. A nulla varrebbe l’osservazione secondo cui è ormai da anni che in tante università, infischiandosene delle evidenze scientifiche che attestano come l’identità maschile e femminile risulti compiutamente definita prima del parto, s’insegna che l’identità sessuale, in quanto condizionata da influenze ambientali, è disgiunta – e solo occasionalmente corrispondente – all’identità biologica. Perché questa, scrivono i giornalisti gay, non è teoria e men che meno ideologia, ma solo lotta alle discriminazioni.

Risulta infine degna di nota la critica all’espressione «mariage gay»; perché – si dice – non parlare semplicemente di matrimonio limitandosi a distinguere, se proprio occorre, tra famiglia eteroparentale ed omoparentale? Anche qui all’uomo della strada potrebbe venire in mente di osservare che la stessa parola matrimonio, derivando dall’unione di due parole latine – mater (madre) e munus (compito) – esclude che vi possa essere matrimonio in assenza del requisito di diversità sessuale. Ma questa semplice obiezione probabilmente verrebbe subito tacciata come intollerante da giornalisti loro sì intolleranti e poco astuti.

Giocando così a carte scoperte, inviando cioè pubblicamente i colleghi ad adeguarsi a determinati standard linguistici confermano infatti non solo il sospetto dell’esistenza di una lobby gay, ma pure delle modalità con le quali questa opera. Che poi le singole associazioni impegnate in certe battaglie risultino formalmente distinte è francamente riscontro troppo debole per fugare il dubbio di una sorta di nuovo maccartismo delle lobby gay, per dirla con la giornalista britannica Melanie Phillips. Pensate solo quale finimondo scoppierebbe se fossero i giornalisti cattolici o favorevoli alla famiglia naturale, a mettersi in testa di dire ai colleghi come scrivere di certi temi…

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