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Le conseguenze della pratica abortiva sulla donna sono note da tempo e, purtroppo, sono assai negative e trasversali. Sconfessando il mito dell’aborto facile – recentemente rilanciato dalla giovane Emily Letts, filmatasi durante l’operazione allo scopo di minimizzarla – la ricerca ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer 2013;50(4):316-21), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011;90(12):1450-3), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003;81(2):191-8), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009;88(5):569-74), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosci 2013;67(5):301-10) nonché mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013;18(2):42-6).

Se anche non si considera la rilevantissima dimensione etica, l’aborto rimane quindi un fatto di indubbia gravità per la donna, gravità che neppure l’odierno culto dell’autodeterminazione può attenuare nei propri effetti che – come ricordato – si manifestano su più versanti e non solo a breve termine. Quel che, finora, era stata meno considerata era la portata relazionale, sessuale e sociale dell’aborto. Una carenza alla quale risponde la studiosa Andrea Mrozek la quale, in Interconnected. How abortion impacts mothers, families and our society (2014), breve ma denso report a cura dell’Institute of Marriage and Family Canada, servendosi di un robusto apparato bibliografico delinea un quadro chiaro su cosa comporti il rifiuto della maternità al di là delle già drammatiche ripercussioni sulla salute individuale.

Anzitutto sembra esservi, peraltro molto evidente, una correlazione aborto ed instabilità coniugale con più di un quarto – il 25,1%,  – di donne over 35 che hanno sperimentato l’aborto divorziate o separate, e la stessa percentuale rispetto a coloro che non hanno vissuto questa esperienza ferma al 19% (Reist M, Giving Sorrow Words 2005, p. 229). Non solo: l’aborto sembra associato anche alla solitudine affettiva dato che esaminando un insieme di donne che non avevano mai abortito e confrontandolo con quello di coloro che l’hanno fatto è stata riscontrata una possibilità doppia, a favore delle prime, di essere sposate. Di qui un paradosso già registrato da altri (cfr. A. Gentles – I. Ring-Cassidy E. Complications 2013, p.263): talvolta l’aborto è un modo per rimandare una gravidanza che si vorrà dopo nozze che poi, però, non verranno celebrate o saranno di breve durata.

Focalizzandosi nel solo ambito intimo le cose non vanno meglio, anzi: secondo quanto emerso da un’indagine longitudinale svizzera – i cui esiti sono risultati del tutto simili a quelle di altre ricerche successive (Medical Science Monitor 2004; 10,SR5-S16) – oltre il 30% delle 103 donne considerate, nei sei mesi successivi ad un aborto, ha accusato problematiche di carattere sessuale (Gynecol Obstet Invest 2002;53(1):48-53). La perdita volontaria di un figlio ha conseguenze anche sugli uomini che dopo questo evento – si legge nello studio in questione – risultano più inclini a vivere esperienze sessuali con più partner, anche mai viste prima (p.4). Un disordine, questo, che riflette quello interiore al quale il padre che sa di aver perso un figlio – com’era già stato rilevato – non è estraneo (Torre-Bueno A. Peace After Abortion 1997, p. 116).

Tornando invece al versante sociale, viene sottolineato il forte e sottovalutato legame fra la diffusione di aborto e prassi contraccettiva non solo con spiacevoli quanto tangibili effetti demografici, ma anche con la perdita di attrattività del modello familiare, che viene percepito come altamente incompatibile, sotto il profilo valoriale, all’individualismo predicato dalla cultura dominante. Con la pratica abortiva si realizza così una frammentazione che non è eccessivo definire totale in quanto destabilizza simultaneamente gli equilibri individuali, relazionali e sociali; frammentazione che però, urge ricordarlo, ha la propria prima vittima sempre in lui, il figlio, il solo davvero innocente. Ora, è possibile cambiare le cose? «Capire i potenziali esiti post-aborto aiuta donne, uomini e famiglie a valutare meglio le loro scelte», conclude Andrea Mrozek. Ci auguriamo tutti, un giorno, di poterle dare ragione.

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