libri

La fretta di cercare risposte, spesso, impedisce un’adeguata riflessione sulle domande. Capita così che il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, confonda cause ed effetti, attribuendo semplicisticamente alla televisione la responsabilità di un fenomeno come quello del calo della lettura. «Voglio sfidare le tv – ha dichiarato – e dire loro che hanno fatto tanto danno alla lettura, dalla Rai a Mediaset a Sky, e ora devono risarcire e permettere che il Paese possa crescere» (La Repubblica, 9/5/2014, p.34). Dietro queste parole – pronunciate al Salone del libro di Torino e, verosimilmente, condivise da molti – si celano però almeno tre equivoci che è bene chiarire.

Il primo riguarda il fatto che non è vero che si legge poco perché si guarda molta televisione: si guarda molta televisione perché si legge poco. Certo: è innegabile che quella televisiva (seguita da quella informatica) rappresenti una distrazione dalla lettura. Ma il problema è più serio è concerne l’incapacità di presentare il libro come uno strumento attraente. Un’incapacità che, prima ancora che allo scadente livello televisivo, è da ascriversi ad uno scadente livello didattico: programmazioni scolastiche più aggiornate ed in grado di affascinare i giovanissimi sarebbero certamente più efficaci della “pubblicità progresso culturale” evocata da Franceschini e il cui eventuale successo  – paradosso enorme – non potrebbe che derivare dal successo della contestata televisione.

Il secondo equivoco deriva da una premessa data per scontata ma che tale, in realtà, non è: leggere non equivale a leggere bene. Se cioè si vuole porre rimedio all’emergenza culturale del nostro Paese – ed anche a quella educativa, non meno grave e strettamente correlata a quella culturale – non è sufficiente impegnarsi affinché gli Italiani tornino a prendere in mano dei libri; anzi, spesso sono proprio i libri più pubblicizzati (salvo lodevoli eccezioni) quelli che più contribuiscono all’impoverimento della nostra strepitosa lingua, libri scadenti sotto il profilo linguistico e non di rado deludenti anche sotto quello dei contenuti, con trame e messaggi che tradiscono un tasso di prevedibilità talmente alto da risultare imbarazzante.

L’ultimo aspetto sul quale riflettere è che leggere non sempre vuol dire capire. Può apparire una provocazione, ma è così. Si tratta di un problema antico – l’inglese William Hazlitt (1778 – 1830) se ne occupò con graffiante ironia in scritti raccolti in un testo chiarissimo sin dal titolo: Sull’ignoranza delle persone colte (Fazi, 1995) – e che, purtroppo, rimane ancora attuale. Lo attestano in da un lato il frazionamento dei saperi, con tante nozioni e poca sintesi, e, d’altro lato, l’italianissima divergenza fra il “mercato accademico” (crescente) ed il mercato editoriale (decrescente): man mano che aumentano coloro che, almeno in teoria, hanno letto di più, più il libro perde fascino. Il che conferma quanto si diceva poc’anzi, vale a dire l’inderogabile necessità, per ringiovanire la cultura, di ringiovanire la scuola. Di far capire che leggere è una passione.

Qualcosa che tiene vigile la mente e, soprattutto, che scalda il cuore. Leggere quindi non serve a sentirsi più colti ma, se possibile, meno ignoranti; non ad ostentare cultura, ma a rendersi conto che è umanamente impossibile averne abbastanza. Non a provare un ingiustificato senso di superiorità nei confronti di quanti che hanno letto meno, bensì di gratitudine verso coloro – i nostri nonni come i nostri genitori – che magari non hanno letto quanto noi, ma hanno letto abbastanza da scegliere di farci studiare, di farci innamorare di quello che, in realtà, conta molto più del denaro o del potere. «Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi – ha scritto Gustave Flaubert (1821-1880) – o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere».

Annunci