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Nulla, si dice, accade per caso. Una regola che vale doppiamente allorquando si considera il sofisticato mondo della comunicazione di massa, un mondo non soltanto soggetto e talvolta direttamente controllato da determinati poteri – e a sua volta espressione di potere -, ma anche caratterizzato da meccanismi raffinati. Il funzionamento di detti meccanismi origina e rinnova la differenza tra informazione e verità. «L’informazione e la verità – nota Stefano Zecchi – non coincidono mai. La verità è infinita; l’informazione è scelta, interpretazione, è prendere parte. L’informazione non è la verità» (L’uomo è ciò che guarda, Mondadori 2005, p.54).

A qualcuno suonerà banale, ma questa premessa è indispensabile per comprendere come mai le 40.000 persone che domenica hanno sfilato a Roma alla Marcia per la Vita siano state, salvo eccezioni, bellamente ignorate dai telegiornali e dai giornali che contano. I motivi sono gli stessi per cui pochi mesi fa, a dispetto di oltre 2.000.000 di sottoscrizioni in Europa, si è fatto passare sotto silenzio il successo dell’iniziativa di cittadini europei “Uno di Noi” a difesa dell’embrione, e per cui, tempo prima, altri eventi pro-life – quando non presentati come opera di pericolosi estremisti  – hanno subito una chiara forma censura.

Questi motivi sono essenzialmente tre: uno “esterno”, uno “interno” ed uno, per così dire, “generale”. Il primo, quello “esterno”, è che nascondendo all’opinione pubblica o minimizzando la realtà di un movimento – quello pro-life – capace oggi di mobilitare parecchie persone, non solo si lasciano milioni di cittadini all’oscuro di una notizia ma, in questo modo, s’impedisce loro di considerare la questione dell’aborto come è, vale a dire ancora aperta. Difficilmente, infatti, se informati che alcuni manifestano pubblicamente per una causa, altri non riflettono, anche se per poco, su questa causa. E poiché la causa in oggetto è l’aborto legale, che il Pensiero Unico vuole intoccabile, è fondamentale che nessuna riflessione abbia luogo.

La seconda ragione – quella “interna” – per cui si evita di offrire copertura mediatica agli eventi pro-life risponde alla volontà di destrutturare i movimenti che li organizzano. Come questo possa accadere lo spiegò con grande chiarezza la sociologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann (1916 – 2010) illustrando la teoria della spirale del silenzio secondo cui un soggetto, nel momento cui comprende che la maggioranza ha un’opinione diversa dalla sua, appare fortemente disincentivato nell’esprimerla. Il che, a lungo termine, può condurre all’eliminazione di punti di vista ritenuti scomodi o sgraditi alla maggioranza.

Si obietterà che il movimento pro-life è composto da soggetti già motivati e consapevoli di essere una minoranza. Vero, il punto è che silenziando eventi come la Marcia per la Vita o altri non è tanto il “nocciolo duro” che si andrà a colpire bensì i soggetti che a quegli eventi hanno partecipato con minor motivazione di altri o che, magari, avrebbero voluto partecipare ma, vista l’apparente scarsa capacità di incidere – unita alle critiche severissime vibrate da intellettuali organici alla cultura dominante – , propenderanno ad allontanarvisi tenendo per loro una contrarietà all’aborto che, in futuro, faticheranno sempre più a manifestare.

Il terzo ed ultimo motivo – quello “generale” – per cui si è limitata la visibilità ai 40.000 scesi in piazza a Roma domenica corrisponde a quello per cui, negli ultimi decenni, non si è quasi mai voluto parlare del tema dell’aborto e neppure prima, in realtà, se ne parlava volentieri. Il motivo – ben descritto da Luc Boltanski nel suo monumentale La Condition foetale (Gallimard 2004) – è che l’aborto è sempre stato avvertito, in ogni civiltà, come fatto scabroso, tragico e ripugnante. Prova ne è che, a dispetto di innumerevoli descrizioni e rappresentazioni di omicidi e crudeltà, la narrazione della pratica abortiva non ha mai attirato l’attenzione del pubblico né ispirato la fantasia di alcun artista. Ma se l’aborto è davvero – e a tal punto – un fatto squallido, perché accettarlo?

Perché consentire allo Stato – o alla clinica privata di turno, come avviene in tante parti del mondo – una pratica talmente sconvolgente da aver suscitato sempre un istintivo senso di disgusto? Il grande inganno culturale degli ultimi decenni si è realizzato facendo credere ai più che un esercizio di libertà della donna – libertà peraltro clamorosamente smentita dai tanti condizionamenti che interessano una donna vulnerabile quale quella che vive una gravidanza difficile o non prevista  – possa giustificare l’aborto. Il punto è che alcuni, a questa bugia, non credono più: preferiscono credere alla realtà di un bimbo non ancora nato ma già, appunto, bambino, figlio, fratello. E questo, a coloro che pensavano d’aver manipolato una volta per tutte l’opinione pubblica, dà fastidio. Un fastidio enorme.

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