napoli fiorentina

La gravità di quanto accaduto ieri allo stadio Olimpico, prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, ha dimostrato – nel caso ce ne fosse bisogno – la differenza abissale fra chi ama lo sport e chi se ne approfitta, tra tifosi e delinquenti. Sui media, per semplificare, s’impiega ancora l’espressione «tifosi violenti», ma è chiaro che nel momento in cui qualcuno ricorre alla violenza non si può più parlare di tifo. Ed è altrettanto chiaro come scontri come quelli susseguitisi ieri pomeriggio – con una decina di feriti fra cui tre da arma da fuoco ed uno gravissimo – sono purtroppo tali da escludere l’ipotesi, tutto sommato rassicurante, della mela marcia.

No, qui non si tratta della classica mela marcia; e neppure di due o di tre. Qui si tratta di prendere coscienza di un fatto, peraltro noto e già emerso in altre occasioni, vale a dire la sistematica occupazione degli spalti riservati alle tifoserie da parte di soggetti intenzionati a sfogare – prima, durante e dopo una partita di calcio – tutta la rabbia di cui sono capaci; anche a costo di alzare le mani o di premere il grilletto. Vogliamo negare che si tratti di delinquenti? Facciamolo. Ma saranno poi i fatti, con la loro implacabile evidenza, a dirci come stanno le cose: esattamente come accaduto ieri. Tanto vale allora prendere atto della situazione e provare a risolverla.

Come? Anzitutto organizzandosi prima – quando si verificano scontri di certe dimensioni, con decine di soggetti coinvolti, ci vuole una gran faccia tosta a negare la possibilità in qualche modo di prevenirli – e quindi provvedendo a controllo più serrati. In seconda battuta, applicando sanzioni severissime sia alle tifoserie nel loro insieme (per esempio, vietandone l’ingresso per diverse partite successive ad eventuali disordini), sia verso gli stessi club calcistici i cui sostenitori si rendono responsabili di atti criminali; si obbietterà subito che è sbagliato estendere a tanti soggetti responsabilità che, in realtà, graverebbero solo su alcuni.

L’obiezione è sensata, ma mali estremi chiedono estremi rimedi. E l’Italia ed il nostro calcio non possono più permettersi spettacoli come quelli delle ore scorse. Ne va, anzitutto, della credibilità istituzionale – l’idea di un Paese ostaggio di un pochi delinquenti capaci di condizionare l’inizio e lo svolgimento di eventi sportivi, è surreale – e, in secondo luogo, del messaggio che vogliamo lanciare; se vogliamo lasciar correre e confidare nella buona sorte, ci assumiamo infatti dei rischi. Primo fra tutti quello di dover chiarire domani quello che avremmo già il dovere di chiarire oggi, e cioè chi sbaglia paga. Per il bene dello sport, per la sicurezza dei cittadini e perché il tifo è un’altra cosa.

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