femminicidio

Dunque ci ritroviamo a parlare di “femminicidio”. Ancora. Ogni due o tre mesi, la stessa storia. L’occasione, stavolta, è stata la ricorrenza dell’8 marzo e la ragione sono i tre “femminicidi” avvenuti nelle ultime 48 ore. Ora, a parte che nelle ultime 48 ore, senza che vi sia stato peso, sono avvenuti almeno altri due fatti con gli uomini per vittime – a Cesano Maderno (Monza e Brianza) un signore è stato fatto sgozzato da moglie e figlia a la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione della posizione di Massimo Di Cataldo, accusato dalla sua compagna per un aborto mai procurato – ci sforziamo, in estrema sintesi, di ripetere quanto in realtà dovrebbe essere già chiaro.

Una premessa: anche se fosse uccisa solo una donna l’anno, questo non ci autorizzerebbe ad abbassare la guardia sul problema della violenza. Punto. In teoria una simile puntualizzazione dovrebbe essere ovvia, in pratica con certi cervelloni, pronti ad abbaiare a prescindere, meglio cautelarsi. Detto questo, veniamo al cuore della questione. Che non è la negazione di omicidi di donna che, purtroppo, seguitano a verificarsi, bensì la negazione di un allarme che nei fatti non esiste. Se, cioè, diciamo che in Italia vengono uccise troppe donne, diciamo una verità per il semplice fatto che anche una donna sola uccisa – lo abbiamo appena detto – sarebbe inaccettabile. Se però affermiamo che da noi si registra un “allarme femminicidio” diciamo una solenne sciocchezza.

Le statistiche infatti parlano chiaro: la percentuale di vittime di sesso femminile sul totale omicidi nel gennaio/febbraio del 2013 era del 29,41% del totale nello stesso periodo del 2014 è scesa al 22,06% (Fonte: Polizia di Stato). Scusate dov’è l’allarme? Basterebbe poi un’occhiata a quel che succede in Europa per vedere che nell’osannata Germania – dove il 49,6% del totale delle vittime di omicidio sono donne – c’è, per le donne, un indice di rischio di 0,8 per 100.000 donne residenti; indice che sale addirittura a 0,9 in Francia, rimane comunque alto nel Regno Unito (0,8) e non basso in Spagna e Svezia (0,6), mentre per l’Italia è 0,5 (Fonte: Eures 2013). Vogliamo dire che si deve migliorare? Giustissimo. Ma smettiamola col terrorismo mediatico.

E smettiamola pure, già che ci siamo, di sparare sulla famiglia, che pare sia la causa di ogni male. Anche perché, se parliamo di violenza domestica, non possiamo fare a meno di riconoscere – sulla scorta di quello che la ricerca afferma da decenni – come siano anzitutto le coppie conviventi, rispetto alle sposate, quelle nelle quali questa si verifica maggiormente (Cfr. BMC Public Health 2011; Intimate Violence in Families 1997, Journal of Family Violence 1989) e come l’incidenza di omicidi di donna per mano del partner sia fino a nove volte superiore fra donne conviventi rispetto alle coniugate (Cfr. Aggressive Behavior 2001). Non è quindi la famiglia la vera alleata del “femminicidio”, semmai lo è il fatticidio che gonfia numeri e ama sparare sull’istituto matrimoniale, il solo che non può difendersi.

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