unmatrimonio

Stasera ci sarà l’ultima puntata e confesso che un po’ mi dispiace. Vorrei che Un matrimonio, la miniserie firmata da Pupi Avati, durasse ancora: non tanto, ma due o tre puntate. Lo vorrei perché penso che una pellicola simile agli italiani faccia bene; e lo pensano anche loro, che l’hanno premiata sin dagli esordi: 4.539.000 telespettatori alla prima puntata (oltre 2 milioni in più di quelli di Fazio, che tanto si vanta di arricchire la Rai coi suoi ascolti), addirittura 5.336.000 alla seconda. Perché tanto successo? Da avatiano convinto quale sono, non posso non dare anzitutto il merito a Pupi, il maestro: il suo modo di fare cinema, sempre poetico e permeato dalla nostalgia, è inconfondibile.

A mio avviso il successo di Un matrimonio – reso possibile grazie ai giovani ma bravissimi Micaela Ramazzotti e Flavio Parenti – è però dovuto anche ad altro, e precisamente all’anima delle singole puntate, che raccontano una storia d’amore vera, dove sentimento e buon senso primeggiano sempre in coppia, senza che la passione prenda mai il sopravvento sulla ragione o viceversa. A Un matrimonio va poi riconosciuta la capacità di spiegarlo davvero, cos’è un matrimonio. Mi spiego: oggi domina una concezione riduttiva delle nozze interpretate come evento, come giorno dei giorni dopo il quale domina la monotonia perenne.

Invece Avati ci ricorda che il vero matrimonio sono gli anni che ci scorrono dentro, le gioie e anche le difficoltà che lo plasmano rafforzandolo. Bene, cioè, promettersi amore eterno, ma se quella promessa rimane cristallizzata nelle fotografie – come oggi purtroppo accade sovente – vuol dire che qualcosa che non va. Possibile che una volta, quando pure sussistevano serie difficoltà anche economiche, come in Un matrimonio si mostra benissimo, si riusciva a far durare una famiglia una vita intera mentre oggi l’impresa riesce solo a pochissimi? Forse i nostri nonni e bisnonni erano, senza saperlo, provvisti di magiche doti di resistenza? Difficile.

La sola ipotesi credibile è invece che una storia durava e dura nella misura in cui il marito si spende per la moglie, la moglie per il marito ed entrambi, poi, per i figli. E pure questo, nella miniserie trasmessa su Rai1, è mostrato con chiarezza assieme ad altri formidabili ceffoni al politicamente corretto, dei quali ricordiamo un aborto evitato grazie ad un abbraccio e l’adozione di una bambina disabile. Il risultato finale di Un matrimonio – anche se l’ultima puntata sarà stasera, possiamo già immaginarlo – è dunque un delizioso ritratto dell’Italietta che non c’è più (lo sa anche Avati che difatti, forse per arginare la malinconia, vive a Roma e non più nell’amata Bologna) ma che, se solo ritrovassimo umiltà e speranza, almeno in parte potrebbe rivivere.

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