La Repubblica

Oltre che titoli falsi (vedasi quello, a dir poco fuorviante, appioppato recentemente all’intervento di Papa Francesco), il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ospita falsari. L’ultimo caso è quello di Roberto Saviano, collaboratore di Repubblica  condannato in Appello – insieme alla Mondadori, suo editore di allora – per il suo romanzo più celebre, Gomorra, redigendo il quale si sarebbe reso autore di plagio ai danni di un’altra testata, le Cronache di Napoli. Da garantisti, aspettiamo ovviamente il verdetto della Cassazione nella speranza che lo scrittore partenopeo venga riconosciuto totalmente estraneo alle accuse.

In ogni caso, se la condanna divenisse definitiva l’autore di Gomorra non sarebbe – come detto – che l’ultimo asso della scuderia di Ezio Mauro pizzicato a scopiazzare, senza citarli, pezzi altrui. Come dimenticare, infatti, le prodezze di Corrado Augias, che, in un suo libro scritto con Vito Mancuso, senza saperlo trascrisse buona parte di pagina 14 di La creazione: un appello per salvare la vita sulla terra (Adelphi, 2006) del biologo E.O. Wilson. «Non so che cosa dirà Augias, ma il fatto è innegabile: le pagine sono lì sotto gli occhi di tutti», ebbe ad ammettere Mancuso, scaricando di brutto il giornalista.

Non meno clamoroso fu quanto accadde al filosofo Umberto Galimberti, anche lui punta di diamante di Repubblica, nei cui libri è stata rintracciata l’abbondante presenza di frasi di testi altrui..non citati. «Ammetto lo sbaglio. Non c’era però intenzione di appropriarsi di cose altrui, non sono uno che copia apposta», si scusò allora il filosofo. Per i cui sbagli – come li chiama lui – il suo Ateneo, l’Università Ca’ Foscari, ha inoltrato richiamo formale invitandolo ad adeguarsi «nella redazione dei testi scientifici all’uso sistematico della citazione delle fonti secondo la prassi condivisa e consolidata nel campo della ricerca». Una tirata d’orecchi in piena regola, dunque.

Dopo la condanna in Appello ai danni di Roberto Saviano, e le già accertate scopiazzature di Augias e Galimberti, viene da domandarsi come mai Repubblica goda ancora – come gode – della fama di testata intellettualmente affidabile, da lettori colti e perbene, interessati ad abbeverarsi a fonti di qualità giornalistica ed accademica garantita e scevre da condizionamenti di sorta. Intendiamoci: il giornale è ben fatto, leggibile, ricco di approfondimenti. Non a caso vende tantissime copie. Ma anche – questo è il punto – qualche copione. Barbapapà provvederà a mettere in guardia suoi lettori?

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