troppo poveri per divorziare

In italia si divorzia troppo poco, maledizione. Traspare con inquietante evidenza la prospettiva di fondo nella quale il settimanale L’Espresso inserisce, correlandola alla crisi economica, la notizia del calo delle seprazioni – scese da 104.502 a 98.370 in tre anni – che di per sé non dovrebbe essere rappresentare una sciagura, dato che la rottura coniugale tutto è fuorché un evento sereno; soprattutto se ci sono figli. E’ infatti dimostrata la correlazione fra l’evento del divorzio e la crescita, per i piccoli, del rischio di subire abusi (Cfr. Child: Care, Health and Development, 2012), di sperimentare maggiori  tentazioni suicidarie (Cfr. Psychiatry Research 2011) e di far registrare più alti tassi di mortalità prematura (Cfr. Journal of Personality and Social Psychology, 1997).

Ma tutto questo ai tifosi del nichilismo importa poco oppure, viceversa, importa molto: nel senso che sono perfettamente consapevoli della dannosità del divorzio e spingono affinché il fenomeno, anziché arrestarsi, prosegua nella sua marcia distruttrice. Beninteso: è ragionevole e verosimile che l’impoverimento economico possa determinare, nelle famiglie, una preferenza per la solidità in alternativa a costosi percorsi di separazione e divorzio. Ma invece che criticare questa realtà, perché non provare a guardarla da un punto di vista diverso? Perché escludere a priori che l’avanzare della povertà materiale possa, per una inattesa coincidenza, condurre all’arricchimento affettivo? Perché cioè non considerare la riscoperta, sia pure favorita da eventi esterni, della famiglia come un qualcosa di positivo?

Posto infatti che la recessione penalizza comunque il matrimonio – si veda il calo del numero di coppie che, scommettendo nell’amore ed evitando di ridurre il sacramento a costosa cerimonia, convolano a nozze -, il divorzio, come lo studioso Roberto Volpi ha spiegato mirabilmente nel suo Il sesso spuntato (Lindau 2012), è strettamente legato alla denatalità; e la denatalità all’aumento dei costi fissi e, in definitiva, all’affossamento dei conti pubblici di un Paese che, per mantenersi, è costretto a fare affidamento ad una platea di contribuenti percentualmente sempre più ristretta e più vessata. Semplificando: meno divorzi e matrimoni più longevi potrebbe voler dire più figli, e più figli certamente significa, oltre che più braccia e più cervelli, più fiducia nel futuro. Qualcosa di insopportabile, evidentemente, per L’Espresso.

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