razzismo

«Il comunismo fu violento, persecutore e razzista, e perfino razzista fin dalla nascita, perché questo fu il carattere che gl’ impresse il suo Vate e Maestro Karl Marx. Gli anatemi e maledizioni che questo nipote di Rabbino scagliò contro gli ebrei potrebbero benissimo figurare in una antologia del peggiore antisemitismo nazista». Probabilmente non piacereranno a tutti queste parole di Indro Montanelli (1909 – 2001), nonostante siano state vergate dopo [1] il suo abbandono della guida de Il Giornale, e quindi in quella fase montanelliana a dir poco mitica e solitamente gradita a sinistra. Eppure sono parole di grande utilità perché ci aiutano a ricordare che storicamente l’intolleranza non è affatto propria della destra – anche se sarebbe meglio specificare di certa destra – essendo patrimonio ampiamente condiviso anche dagli schieramenti di sinistra e perfino dagli antifascisti. E, manco a dirlo, gli esempi al riguardo si sprecano.

Se pensiamo all’intolleranza verso le persone del sud, per esempio, possiamo ricordare questo interessante passaggio: «Insomma, la gente del Sud è orrenda […] C’era questo contrasto incredibile fra alcune cose meravigliose e un’umanità spesso repellente. Una volta, a Palermo, c’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie. Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso. Una poesia il modo di vivere di quelle parti? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili». Borghezio? Calderoli? Boso? No signori, questi sono i pensieri di un grande del giornalismo e della cultura antifascista italiana, Giorgio Bocca (1920 – 2011), pensieri che fra l’altro risalgono all’ultimo periodo della sua vita [2] e che quindi non possono considerarsi superficiali “peccati di gioventù”; e che, in ogni caso, non risulta abbiano agitato il polverone che, se pronunciati da altri, avrebbero certamente sollevato: forse definire «la gente del Sud» come «orrenda» è un esercizio di critica? A quanto pare sì.

Espressione di ordinaria critica sembra essere stata anche la raggelante definizione che Lidia Ravera, oggi Assessore della Regione Lazio, qualche anno fa diede di Condoleezza Rice – prima donna afroamericana a ricoprire la carica di Segretario di Stato degli Stati Uniti – definita «“lider maxima” delle donne-scimmia» [3]. Espressioni razziste? Macché – ha specificato Ravera – ho usato quelle parole per definirla «una donna che scimmiotta gli uomini nei loro lati peggiori» [4]. Ancora una volta falso allarme, quindi. Come falsi allarmi, tempo addietro, erano gli interventi degli ascoltatori di Italia Radio, l’emittente del Pds, che sulle cui frequenze quotidianamente – ricordava Antonio Polito – si ascoltavano telefonate supplicanti l’arresto dell’immigrazione per ragioni di sicurezza del tutto analoghe a quelle che condivise dall’elettorato leghista: «Bloccate i porti, chiudete le frontiere, questi sono pericolosi, abbiamo paura» [5]. Curiosamente, però, quella non era intolleranza.

E non era intolleranza nemmeno il manifestare contro gli immigrati che, qualche anno fa, si registrava nella città di Torino e che Piero Fassino, allora “ministro degli Esteri” del Pds, dando prova di un’attenzione alle distinzioni non più molto praticata a sinistra, giustificava così: «Nelle città si manifesta non già contro gli immigrati, ma perché c’è la  stanchezza di vivere in quartieri soffocati dalla prostituzione, dallo spaccio di droga, dal racket e da una microcriminalità, di cui ultima e misera manovalanza sono spesso gli immigrati». E aggiungeva la necessità politica di formulare «un quadro di regole» atto a far capire che accanto ai diritti vi sono «doveri per tutti», che «c’ è un limite all’immigrazione e che la clandestinità va combattuta» [6]. Certo, le parole di Fassino, lette così, non sono affatto espressione di intolleranza, anche se siamo certi che l’idea che ci sia «un limite all’immigrazione» e che la clandestinità vada «combattuta», in tempi di propaganda pro-ius soli, non rientri fra le espressioni più gradite a sinistra.

Senza giustificazione alcuna paiono invece le ben più recenti esternazioni della ormai ex consigliera Pd Caterina Marini di qualche tempo, autrice di una frase – «extracomunitari ladri dovete morire» – che purtroppo non è stato possibile ricondurre “raveranamente” all’idea che i cittadini extracomunitari scimmiottino i ladri. «Non è che avere in tasca la tessera del Pd sia sufficiente a scacciare il razzismo» [7], ha precisato Logli, responsabile dell’area immigrazione del Pd. E noi gli diamo perfettamente ragione, ma allora perché quando qualcuno non di sinistra si macchia degli stessi errori anziché lui si colpevolizzano, all’insegna della più totale generalizzazione, lo schieramento e il partito cui appartiene anche a prescindere dai fatti? Perché le parole inaccettabili di un esponente leghista, per quanto autorevole, debbono valere più del fatto che la prima donna afro-italiana ad assumere una carica pubblica in Italia – nel 2009, ben prima di Cécile Kyenge – è stata Sandy Cane, sindaco leghista della provincia di Varese, e del fatto che per la prima volta è il Piemonte [8], guidato dal leghista Cota, la regione italiana col più alto indice di potenziale di integrazione? Mistero.

Un mistero, tornando all’intolleranza “di sinistra” (scriviamo così perché sappiamo che il virus del razzismo è purtroppo trasversale, non milita certo in un solo partito ma, semmai, in una più ampia coalizione denominata idiozia), è pure la rapidità con cui SEL ha scaricato il consigliere veneto Garbin, reo di un augurio non troppo signorile alla leghista Velandro – «Ma varda che rassa de femena… la sarìa da molare in on recinto co’ na ventina de negri assatanà e nesuno che la juta» – lasciando quasi intendere che fosse un infiltrato, una sorta di sconosciuto finito per sbaglio in quel partito, mentre invece si trattava, riportano i giornali, di una vera e propria «macchina da voti» [9] e c’è da scommettere che in quella veste facesse molto comodo alla dirigenza di Sinistra Ecologia e Libertà, dato che dalle sue parti, in occasione delle primarie di centrosinistra, Nichi Vendola – a capo del partito più piccolo della coalizione – incassò oltre il 50% delle preferenze stracciando Bersani e Renzi.

Il diretto interessato però non è d’accordo e su Twitter, rivolgendosi al leghista Maroni, scrive: «Noi non perdoniamo a nessuno le volgarità #razziste e #sessiste». Per carità, il leader di SEL avrà senz’altro le sue ragioni anche se, dinnanzi a non così rari casi di parole intolleranti anche nell’area di sinistra (quelle del centrodestra vengono già abbondantemente denunciate dalla grande stampa) viene da pensare che forse aveva ragione Pier Paolo Pasolini (1922-1975) quando – alludendo all’establishment comunista e ai benpensanti – scriveva che, a differenza di altri, «essi sono – inconsapevolmente – razzisti» [10]. Ma probabilmente si sarà sbagliato pure lui, Pasolini, che a causa della sua omosessualità – a quel tempo ritenuta una «una degenerazione borghese» [11]  – venne cacciato [12] da un partito celebrato dai suoi eredi per la sua tolleranza benché non abbia mancato di assumere, in politica estera, posizioni «di chiara impronta razzista» [13]: il Partito Comunista Italiano.

Alla luce di così tanti esempi – che qui, comunque, abbiamo richiamato solo in parte per non affaticare il lettore – sarebbe il caso che a sinistra la si smettesse di credersi immuni dall’intolleranza fino ad ergersi, come spesso accade, a giudici degli errori altrui. Il rischio di assumere atteggiamenti, di dire parole e talvolta perfino di fare propri comportamenti non rispettosi dell’uguaglianza è infatti comune a tutti. E l’uguaglianza è un valore troppo bello e troppo importante perché si possa dire completamente assimilato e si continui nella ridicola e fin troppo nota distinzione fra autentici razzisti e “compagni che sbagliano”, fra colpevoli e innocenti a propri, fra gente interprete del male e amici che, poveretti, non si sono spiegati bene.

Note:[1] Montanelli I. Il comunismo fu violento, persecutore e razzista. «Corriere della Sera», 18/12/1999, p. 41; “Vado a caccia grossa di notizie al Sud  ma non fraternizzo coi meridionali-belve”. «Corriere della Sera», 29/9/2011; [3] Ravera L. Femministe, vecchie e non.«L’Unità», 25/11/2004, p. 24; [4] Ravera L. cit. in Chi chiamò donna-scimmia la Rice? (Ravera! Ormai lo sanno anche gli asini) «Corriere della Sera», 16/7/2013; [5] In Polito A. Razzismo a sinistra. «Repubblica»,27/3/1997, p. 1; [6] Fassino P. in “La gente chiede legalità“. «Repubblica», 18/10/1995, p. 17; [7]Logli M. in Poli C. «La tessera del Pd non rende immuni dal virus razzista», «IlTirreno.gelocal.it»,22/6/2013; [8] Cfr. AA.VV. IX Rapporto degli Indici di integrazione degli immigrati in Italia – «Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali»; 1-133:14; [9] Bassan R. «Mollate Valandro con 20 negri». Bufera, ma su Sel. «Il Giornale di Vicenza» 21/7/2013, p. 9; [10] Pasolini P.P. Le regole di un’illusione, Fondo Pier Paolo Pasolini, Roma 1991, p. 24; [11] Mautino F. «L’Unità», 29/10/1949; [12] Cfr. Valente M. – Molteni A. Pier Paolo Pasolini. La vita. La seconda guerra mondiale. La morte del fratello Guido. Pasolini dal 1945 al 1949. «Pasolini.net»; [13] Vasapollo L. – Jaffe H. – Galazara H. Introduzione alla storia della logica dell’imperialismo, Jaca Book, Milano 2005, p. 239

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