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Un conto, si sa, sono le pur rispettabili opinioni, un altro sono i fatti. E i fatti, molto spesso, sorprendono. E’ il caso, per esempio, dell’esito del IX Rapporto degli Indici di integrazione degli immigrati in Italia curato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rapporto che contraddice l’opinione dichiaratamente critica che molti, soprattutto in tema di immigrazione, nutrono nei confronti del partito Lega Nord, associata, anche in conseguenza a gravi esternazioni di alcuni suoi esponenti, a forza politica intollerante.

Infatti, gli autori del rapporto – i quali correttamente premettono che l’integrazione non è oggetto di misurazione diretta ma indiretta e che, come tale, non è quantificabile ma solo stimabile come risultante di diverse voci (l’indice di attrattività territoriale, l’indice di inserimento sociale e quello di inserimento occupazionale) – quest’anno sono arrivati ad una conclusione inattesa: solo 6 regioni su 20 rientrano nella fascia di alta capacità di integrazione e, fra queste, la migliore, con un indice di potenziale di integrazione di 62.8/100, è (per la prima volta) il Piemonte. Che, come tutti sanno, da più di tre anni è guidato dal leghista Roberto Cota.

Beninteso: con questo non si vuole sostenere che gli amministratori leghisti siano necessariamente più bravi degli altri quanto a capacità di offrire politiche efficaci in materia di integrazione (il Veneto e la Lombardia, per esempio, occupano una posizione meno favorevole in graduatoria); ciò nonostante è innegabile come l’esito delle 130 pagine di questo rapporto, presentato ieri alla presenza del Ministro Cécile Kyenge, in qualche modo sia sorprendente dato che contraddice la credenza secondo cui la presenza politica o amministrativa della Lega Nord e la capacità di integrazione sarebbero due aspetti che si escludono l’un l’altro; non è così e il caso del Piemonte lo dimostra.

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